Una manina che salutava

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Ero in macchina, ferma al semaforo. Rosso appena scattato.
Quante volte quei 30 secondi diventano l’occasione per prendere in mano lo smartphone e viaggiare in una dimensione altra?
Ultimamente però mi sforzo per approfittare di quegli istanti per osservare.

Ero nella corsia centrale e mi sono girata e guardata intorno.
A destra. Boh, non ricordo.
A sinistra c’era una macchina verde scuro. Lui, la moglie affianco. Dietro due bimbi. Una scena normalissima.
Io intanto chiusa dentro la seicentina cantando, per scacciare il grigiore che a volte si ruba le mie giornate. Come stavo per raddrizzare la testa sulla strada che avevo davanti, ecco che dal finestrino posteriore spunta una manina.
Due occhi grandi di una bella bimba mi guardano e la sua mano incomincia, prima lievemente e poi con più decisione, a sventolare: mi guarda, sorride e mi saluta.
Rimango sorpresa, stupita. Accenno anche io ad un sorriso, alzo la mano e la sventolo, per ricambiare il saluto.
La bimba si ritira sul sedile con quella tipica faccia dei bambini che, ‘colpiti’, si vergognano. Il fratellino le fa segno di smettere (chissà che non le abbia detto che non si salutano gli sconosciuti).
Dopo qualche secondo ecco di nuovo riemergere quella testolina. Mi guarda, ci guardiamo. Il mio sorriso si allarga sempre di più.
Scatta il verde, ingrano la prima e parto. Il padre al volante fa lo stesso. Pochi metri e siamo di nuovo fermi, anche se so che il semaforo scatterà da lì a qualche istante.
Il padre parte più veloce, questa volta, ma la bimba ha ancora il tempo di avvicinarsi al finestrino e salutarmi.
Ho pensato tutto il viaggio a quella bambina, a quella manina che mi salutava, chissà per quali oscuri meriti.
Ma i bambini sono così.

Non perdiamolo mai, quello stupore davanti alle carezze che arrivano nei modi e nei momenti più inaspettati.

Ben tornata, chitarra!

La mia chitarraQuesta è la mia chitarra. Quella storica, che mi ha accompagnato per tanti anni nella mia adolescenza.

Congressi, vacanze, gite. Dove c’ero io, c’era anche lei. Dove c’era lei, c’ero anche io. Una sorta di “coperta di Linus”, tanto che mi ero meritata, ad un certo punto, il soprannome di “Juboxe”. Era come fosse un prolungamento delle mie braccia.
Ricordo quella volta che ho provato a portarmela dietro anche in p.zza San Pietro, in mezzo a migliaia di persone in un caldo pomeriggio di inizio giugno, appena diventata maggiorenne. E la disperazione di avere avuto l’idea di portarmela dietro, in mezzo a quella calca umana. E, ovviamente, fortuna volle che la polizia, nei suoi controlli random per gli accessi in piazza, chiese a me di poterla aprire per controllarne il contenuto, vuoi mai che li dentro ci portassi un mitra! 😀
Ma poi eccome se tornò utile. Non con una strimpellata, ma come “cuscino” su cui distendersi, 30 secondi, appena conquistato il mio posticino in mezzo a quel mondo variopinto.

E poi … e poi per un po’ è stata “abbandonata”, lassù in mansarda.

In questi giorni, complice l’aver restituito la più moderna acustica che per un po’ ho custodito nel frattempo di restituirla alla proprietaria, sono andata a riprendermela, non senza un filo di emozione, da lassù. Era un po’ da risistemare, una corda rotta, ma un po’ di manutenzione e l’ho rimessa in sesto. Rimessa in sesto per altre battaglie e altre avventure, chissà.

Ho postato questa foto su Facebook e sotto l’immagine sono incominciati ad arrivare copiosi, i commenti di tanti amici, vicini e lontani. Coloro che mi hanno visto utilizzarla negli anni, che ne hanno sentito uscire le note, gli accordi, uno dopo l’altro. Coloro che l’hanno “firmata” e che hanno lasciato così un pezzetto di loro sul legno chiaro della cassa della chitarra. Cosa per cui un giorno mi presi una sonora sgridata da una musicista. Perché ovvio, tutte quelle scritte e le manine “rovinano” la cassa e la sua acustica. E pazienza, ormai il danno era fatto. Ed ero pronta a sacrificare un po’ di perfezione sonora per portami sempre in giro i miei amici e i miei ricordi.

Mi hanno fatto molto piacere tutti gli attestati di “stima” e di affetto per questa mia chitarra anche se in fondo, mi dicevo, è solo un oggetto.
Si è vero, è solo un oggetto. Ma è bello scoprire come questo oggetto, usato in mille e mille occasioni, sia stato in fondo catalizzatore di tanti rapporti.
Ed è bello riscoprire che, come tutti gli oggetti che ci sono dati in dono, tanto dipende da come e per cosa li usiamo.

Un accordo. Una nota. Tanti amici e amiche fatti cantare.
E’ ora di riprendere la tua carriera, cara chitarra 😉

Ogni giorno

OmbrelloStamattina al bar un signore seduto mi guarda e mi dice: “Giovane.. tu sai cos’é l’amicizia?”

Sto per rispondere e mi interrompe: “Lo vedi quel signore laggiù? Quello é il mio migliore amico.. siamo nati nel ’39, siamo nati e cresciuti insieme, io gli ho fatto da testimone a nozze e lui l’ha fatto a me.. abbiamo comprato la terra da lavorare insieme e tutti i giorni venivamo in questo bar e prendevamo un bianchino e leggevamo le notizie.. Lui me le leggeva perchè io non so leggere. E io ascoltavo. Sempre insieme. Nel 78 abbiamo litigato, ce le siamo anche date e da quel giorno non ci siamo più parlati, neanche un ciao. Beh, ti diró, dal 78, nonostante tutto, ogni giorno veniamo qui, sempre alla stessa ora. Ogni giorno ci vediamo, non ci salutiamo e ci sediamo in due tavolini differenti. Entrambi prendiamo un bianchino, tutti i giorni lui prende il giornale e legge le notizie ad alta voce. La gente pensa che sia matto, ma lo fa per me. Dal 78. ”  Sonia Manno

Ricominciare. Sempre.

Metafore di vita.

PallavoloInfine ci si mette anche il punteggio e il suo continuo riazzeramento alla fine di ogni set. Ovvero, pensateci: hai fatto tutto benissimo e hai vinto il primo set? Devi ricominciare da capo nel secondo. Devi ritrovare energia, motivazioni, qualità tecniche e morali. Quello che hai fatto prima (anche se era perfetto) non basta più, devi rimetterlo in gioco. Viceversa, hai perso il set precedente? Hai una nuova oggettiva opportunità di ricominciare da capo.

(lettera di Mauro Berruto, allenatore della nazionale italiana maschile di pallavolo)

Il quarto gancio

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Stavo riposando la chitarra nella sua custodia.
Gancio1 chiuso, gancio2 pure. Il terzo ha fatto un po’ più fatica ma poi è andato.
Ma il quarto no, non ne voleva sapere, perché avevo lasciato la tracolla attaccata e giustamente sporgeva un po’ dalla custodia.

Che fare? La tentazione data l’ora: lasciare tutto così, tanto con gli altri ganci chiusi non sarebbe successo nulla.
Ma poi no. Meglio chiuderla per bene. Ho riaperto il terzo gancio ma niente, non bastava.
Così sono dovuta tornare indietro e aprire tutti i ganci, ho sistemato la tracolla dentro alla custodia e ho richiuso il tutto.

Mi è sembrata la metafora di una vita: a volte quando qualcosa non funziona, anche nei rapporti con le persone, bisogna ‘riavviare’ il nastro, Ricominciare come se nulla fosse successo.

Citazione

Dà il meglio di te

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“L’uomo è irragionevole, illogico, egocentrico
non importa… Amalo.
Se fai il bene, diranno che lo fai per secondi fini egoistici
non importa… Fai il bene.

Se realizzi i tuoi obiettivi, incontrerai chi ti ostacola
non importa… Realizza.

Il bene che fai, forse domani verrà dimenticato
non importa… Fai il bene.

L’onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile
non importa… Sii onesto e sincero.

Quello che hai costruito può essere distrutto
non importa… Costruiscilo.

La gente che hai aiutato, forse non te ne sarà grata
non importa… Aiutala.

Dà al mondo il meglio di te, e forse sarai preso a pedate
non importa… Dà il meglio di te.”

(Madre Teresa di Calcutta)

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Scusa

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Ieri sono passata a ricaricare la tessera del ToBike.
Nel piccolo ufficio, incastonato nelle viuzze del centro, c’era un po’ di coda.
Chi si abbonava per la prima volta, un nonno che rinnovava, come regalo, l’abbonamento del nipote…

Mi sono messa pazientemente in coda aspettando il mio turno.
Entrata nell’ufficio aspettavo in piedi quando è arrivato un ragazzo e in modo un po’ sgarbato mi ha chiesto se mi vedevo.
‘No, siediti pure tu’. Lui stava lì e si vedeva che era un po’ agitato.
Nel cuore mi è venuto il pensiero di lasciargli il mio posto anche nella fila ma poi…ma poi è arrivato il mio turno e, scacciato il pensiero mi sono seduta alla scrivania dove in fondo dovevo dare soltanto i miei 20 euro, prendere la ricevuta e andarmene.
La ragazza che stava davanti a me ha ripreso il ragazzo, reo di non dare un buon esempio lasciando la ToBike con cui era arrivata ‘parcheggiata’ lì davanti.
La risposta del ragazzo è stata stizzita.
Io nel frattempo assistevano alla scena con un senso di inadeguatezza in cuore: ‘perché ho visto che aveva fretta e non l’ho fatto passare? Perché sono stata così egoista?‘.
Il tempo di finire la domanda che, finita la mia pratica, mi ero già alzata, il più veloce possibile.

A volte perdonarsi è più difficile che perdonare. Uscita dall’ufficio sono rimasta lì sola con il mio pensiero e il desiderio di poter rimediare a quella mancanza.
Già, ma come?
Ho infocarto la bici e mi sono messa a pedalare verso il capolinea del bus, per lasciare la bici allo stallo, uno dei punti di bici più ambito della città, e tornare a casa.

Arrivo, faccio per incastrare la bici che mi si avvicina un ragazzo, che avevo intravisto armeggiare con l’unica bici disponibile. ‘È il cielo che ti manda, l’altra bici non funziona!’.
Un sorriso. Rispondo al sorriso. Lui prende la bici, gli auguro buona serata. Parte e va. E io un po’ più sollevata, con un pensiero: forse anche quel giro in bici non è stato “a vuoto”.

Mentre aspettavo il bus ripensavo a quel ragazzo all’ufficio. Non so come ti chiami, non so perché eri agitato. Ma vorrei chiederti…scusa per non averti fatto passare davanti a me, per essermi fermata ad un pensiero e non averlo tradotto in azione.

A me che serva di lezione la prossima volta: se senti una cosa in cuore, Dani, rischia e falla.

(Foto di Davide F.)

La bambina con le treccine

BimbaLei è una piccola bambina africana. Avrà al massimo 2 anni, ma forse arrotondo per eccesso. Ha delle belle treccine e accompagna sulla spiaggia mamma e papà, che lì, ogni giorno, vengono per provare a vendere qualcosa: lui delle borse, lei seduta su una sedia intreccia tutto il giorno le mani creando sulle diverse teste che le si pongono davanti treccine, quasi come quelle della sua piccola bambina.

Lei, nella sua innocenza, sgambetta per la spiaggia con un costumino fucsia che la rende riconoscibile in mezzo a quel marasma di gambe che affollano il bagnasciuga, e permette ai suoi genitori di tenerla d’occhio.

E’ così graziosa che quasi sembra una bambolina e in poco tempo diventa l’attrazione di quel pezzo di spiaggia. Tanti si fermano, la guardano, le sorridono.

I genitori invece faticano a tenerla d’occhio mentre passa in rassegna tutte le palette e secchielli che incontra sul suo percorso. Ad un certo una signora si rende conto della loro difficoltà e si mette a giocare con lei, a controllarla come se fosse sua figlia.

Noi “adulti” pieni di pregiudizi, guardiamo e dobbiamo mettere in rilievo il colore diverso della pelle dell’altro. I bambini invece giocano insieme, si prestano le cose, non guardano se la mia pelle è bianca, la tua nera, se ci capiamo o non ci capiamo. Sono diversità che non pesano.

Ci sono lì due bambine che la tengono d’occhio, fanno in modo che non possa scappare, fanno un girotondo insieme, se la portano dietro sul bagnasciuga, le offrono le loro formine.

I bambini. Ho capito quando qualcuno tempo fa diceva che “dobbiamo rimanere come i bambini”. Spensierati. Alla ricerca dell’essenza delle cose, prima di tutto.

 

Il regalo di Fal

Venditore in spiaggiaFal è un ragazzone di 27 anni del Senegal, dove vive la sua famiglia e dove torna una volta finita la stagione qui in Italia.

Tutti i giorni sulla spiaggia vende borse e borsellini ai bagnanti. E ogni notte dorme lì, in una piccola tenda arancione.

In mezzo al brulicare di bancarelle lo riconosci dal suo cappello giamaicano che usa per ripararsi dal sole.

Il mio papà in questi giorni ha fatto amicizia con lui e l’altra sera, quando abbiamo mangiato in spiaggia, è andato a dargli il suo panino.

È incredibile come a volte bastino poche parole, lo sforzo di capirsi nonostante si parlino lingue diverse, per creare un rapporto. Così finito l’ultimissimo bagno e l’ultimissimo sole, prima di partire siamo andati a salutarlo.
Papà non c’era, era a preparare le ultime cose e così gli abbiamo portato i suoi saluti.
Fel ci ha fermato, ha preso un sacchetto. Ha preso uno dei bei borsellini che vendeva, l’ha imbustato e ci ha detto: ‘Datelo al papà e ditegli: questo è il regalo di Fal’.

Sono rimasta di sasso, perché papà proprio in questi giorni aveva cercato nel mercatino sulla spiaggia un borsellino per sostituire il suo. Non so se lui lo sapesse, ma ho provato a dirgli che non era proprio il caso. Ma mi ha fatto capire che non potevo rifiutare il suo regalo.

Così l’ho ringraziato, ci siamo dati un cinque e noi abbiamo preso la strada del ritorno.

Su quei lunghi metri di spiaggia che separavano dal parcheggio dove ci aspettavano i genitori, non ho potuto far a meno di commuovermi, pensando al dono che portavo tra le mani, alla gratuità di quel gesto. Quel borsellino è il ‘pane’ di Fal e della sua famiglia. E lui, come ‘ringraziamento’ al papà che si era fermato a chiacchierare cn lui, glielo stava regalando.

Ho consegnato il sacchetto al papà, che ha provato a riportarlo a Fal.

Non so come sia andata, so solo che quel borsellino è stato in viaggio con noi verso casa.

A me importa raccontare del vero “regalo” di Fal, il suo grande cuore. Da cui tutti, io compresa e per prima, abbiamo molto da imparare.

Vita in campagna

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Sono in campagna.
In un posto fuori dal paese, fuori dalla città, fuori dal rumore, dalla frenesia. In mezzo ai campi, si potrebbe dire. E non sarebbe una bugia.

Qui le porte delle case sono sempre aperte, i vicini tutte le mattine prendono il caffè insieme, dandosi rigorosamente del lei.
L’ospitalità non è una parola, è consuetudine.

Qui quando parli di computer e provi a spiegare il tuo lavoro devi fare dei salti linguistici non da poco. Ma anche questo è utile, aiuta a dover essere semplici.

Qui la sveglia te la da un gallo, mangi le uova fresche dalle galline, l’anitra e il pollo allevati a due passi dalla tavola: tutto è ‘bio’.

Qui Internet quasi non sanno che cosa sia, ev per cercare il numero della pizza al taglio del paese si usa l’elenco telefonico: e se non c’è si chiama il fratello.
Qui c’è spazio per tutti sulla strada, macchine e biciclette, con una maggioranza di quest’ultime.

Qui sulle staccionate (tutte basse e che si scavalcano con un salto) hanno due ‘cassette’: quella per la posta e quella…per il pane. Ad un certo punto della mattina senti un’ auto che si avvicina, rallenta, si ferma davanti al cancello. Scende il fornaio, infila il sacchetto con il pane dentro all’apposita cassetta. Saluta, risale in macchina verso la prossima consegna.

Qui i bambini si divertono e urlano su di un semplice carretto trainato da un trattore come fossero in giostra.

Qui i rapporti sono importanti, sono essenziali. E le cose si fanno con il cuore, con chi conosci e con chi no. Se passa l’uomo delle immondizie gli offri un bicchier d’acqua e ci scambi due parole.

Ma sopratutto qui il tempo sembra fermo, dove tutto è fatto con tranquillità, nessuna corsa.
C’è il tempo per pensare, per riflettere, per far e ascoltare il silenzio.

Non rinnego la mia vita cittadina, e forse più di un tot non resisterei qui.
Eppure…eppure c’è un che di pace che ogni tanto fa bene assaporare.