Ciao Paola

w0qm9xSono molto selettiva nell’affezionarmi alle persone (e sto imparando con fatica a farlo nella maniera corretta), quindi quando lo faccio è perché sono sicura che valga la pena. In questi giorni ci ha lasciato Paola, che ha incrociato il mio cammino qualche anno fa e con cui ci siamo “trovate” subito, e forse non solo per quello slancio comune nel cercare di vivere la nostra vita per un ideale grande. Una di quelle persone che passano nella vita degli altri, per più o meno tempo, e lasciano un segno. Così è stato per Paola con me. Ho saputo della sua “partenza” quasi per caso e ho sentito il bisogno di scrivere qualcosa. Qualcosa che non è un saluto, perché so che il nostro dialogo potrà continuare, forse adesso ancora più di prima.

Ciao Paola. Tante volte ti ho pensata in questo ultimo periodo. Avevo anche incominciato a scriverti un messaggio su WhatsApp. Poi però avevo visto che non ti eri collegata da tanto tempo e allora avevo pensato di scriverti una email, ma c’era qualcosa che mi aveva bloccato. E adesso ho capito cosa. Mi è spiaciuto non sapere che le tue condizioni stavano peggiorando, anche se forse quel giorno che ho preso in mano il cellulare un po’ di “inconsapevole consapevolezza” si era insinuata.

Il mio ricordo corre a quel 21 luglio, quando, finendo un’esperienza che era stata per me abbastanza dura, mi hai accolto a casa tua per una cena, io e te, di “buona partenza”. Mi vengono in mente oggi la tua casetta e il tuo giardino, dove abbiamo chiacchierato per un paio d’ore che sono … volate.

Mi avevi conosciuta appena nata, avevi regalato alla mia mamma due tutine, per me e la mia sorella gemella. Hai visto i nostri primi passi e poi sei partita per nuove avventure e la vita ci ha fatto rincontrare. Ricordo la tua sorpresa nel rivedermi, “un po’ cresciuta”, come mi avevi quasi incredula che il fagottino che avevi conosciuto tanti anni addietro potesse essere cresciuto e diventato così alto.

Io ero lì, a Grottaferrata, per fare un’esperienza di vita. Mi ricordo una volta che durante l’intervallo di un incontro mi sono avvicinata e ti ho fatto una domanda: “Ma cosa ha voluto dire per te trovarsi sulla strada di così tanti santi”? Qualche mese prima Chiara Luce Badano era stata beatificata, Alberto e Carlo erano stati da sempre un modello per me.  Della tua risposta ricordo il mettere l’accento su un’esperienza che era stata “di comunità” e che mi aveva riacceso dentro l’esigenza di poterla replicare, dando fondo ai rapporti, in una maniera “alta”, con le persone che la vita ci mette davanti.

Poi, quando avevi saputo che la mia esperienza lì volgeva al termine, avevi tanto insistito perché venissi a cena da te. Probabilmente avevi fiutato qualcosa dell’inquietudine che albergava nel mio cuore … con un sesto senso così sopraffino che ho visto in pochissime altre persone.

Quella cena è rimasto uno dei momenti più belli di quella esperienza ai Castelli. Per come mi avevi ascoltato, per come avevi accolto tutto il sacco della mia esperienza che ti avevo rovesciato addosso, insieme a tutti i passi che avevo fatto per arrivare fino alla fine. Avevo sperimentato la stessa sensazione solo un’altra volta di accoglienza e ascolto così profondo, qualche mese prima. E non mi sembrava un caso il fatto che, la persona che aveva avuto un ruolo determinante nell’aiutarmi a non scappare di fronte alle difficoltà di quella esperienza, avesse un passato di vita “ideale”, come la chiamiamo, comune con te. Forse ha ragione chi dice che spesso la nostra fortuna è fatta dalle persone che incontriamo, perché è innegabile che certe predisposizioni che abbiamo dentro possono trovare espressione e risaltare pienamente solo nell’humus giusto. Non le ho mai chiesto, ma forse per lei in quel rapporto con te c’era un humus giusto. Poi ho imparato, anzi sto imparando, che bisogna guardare a quelli che possiamo ritenere dei “modelli” sviluppando la capacità di prendere spunto e attualizzare tutto nella propria vita secondo la propria identità, fatta inevitabilmente in modo diverso.

Rimarrà quell’orologio che mi hai regalato alla fine della serata. La mia faccia sorpresa era dovuta al fatto che proprio qualche giorno prima avevo pensato che appena tornata a casa una delle prime cose da fare era andare a comprare un orologio. Forse non era l’orologio che mi sarei comprata da sola, ma quella sera ho imparato quanto possa fare bene saper prendere quello che arriva al di là se era come ce lo stavamo aspettando.

Di quella sera però ricorderò per sempre quello che mi hai detto già sulla porta, quando ci siamo salutate. In tutto quello che ti avevo raccontato dovevi aver colto, stagnanti, certe mie inquietudini di “vocazione”. E tu, con una semplicità disarmante, mi hai salutato con queste parole, che mi sono state ripetute varie volte anche da altre persone, ma che ora mi tengo come un prezioso regalo:

“Dani, l’unica vera volontà che Dio ha per noi è che siamo felici. Il resto sono solo modi per farlo”.

Ci siamo riviste altre volte, perché ogni volta che passavo dai Castelli Romani ti avvisavo sempre. Mi hai chiamato ancora l’anno scorso il giorno del tuo compleanno per ringraziarmi del messaggino che ti avevo mandato. Ti avevo raccontato di alcune difficoltà che passavo e ancora una volta avevi trovato le parole giuste.

Non ho certo avuto la possibilità di conoscerti in profondità come hanno potuto fare tante altre persone, ma mai dimenticherò quel tuo modo di fare materno, che senza giudicare sapeva aiutare a guardare le cose da prospettive più alte, senza tacere anche un’eventuale differenza di veduta. O quella sensazione di vederti sempre un passo avanti, con uno sguardo e un’intelligenza che sapeva anticipare le cose. Mi hai fatto conoscere un’accoglienza calorosa, e non posso che immaginare (e lo so perché me l’avevi raccontato tu) che la tua casa, nelle città dove sei passata, sia sempre stata “casa” per chi ci entrava, aperta e “piena” di persone e di vita. Ma sopratutto ho toccato con mano una delicatezza sopraffina, probabilmente forgiata dal dolore che nella tua vita mi dicono in tanti non sia mancato anche per te. Da quel poco che ho capito, credo che ci “capissimo” perché entrambe estremamente sensibili alle più nascoste sfumature delle cose e per  questo molto attente ai particolari delle cose, perché entrambe molto esigenti con se stesse, cosa che, sto imparando, purtroppo non è sempre un bene, per noi e per gli altri. Ho potuto intuire nella tua vita una fedeltà, per me contagiosa, ad “un incontro”. Non cieca o a-critica, ma piena di sostanza. Data “per sempre”, questo sì, ma con quella prontezza di essere pronti ogni giorno a rimetterla in discussione, per ritrovarla nuova e più forte.

Ti ho conosciuta poco, Paola, per cui forse non sono la persona più adatta a scrivere qualcosa di te e sono sicura che tanti potrebbero scrivere cose molto più belle, raccontare molti più episodi. Ma se sto scrivendo queste righe è perché in qualche modo hai toccato la mia vita e le hai lasciato qualcosa, e per questo non posso che essere riconoscente di aver incrociato il tuo cammino. In questi giorni parlando con chi ti ha conosciuto qui a Torino viene tanto in evidenza il dono che sei stata per tanti. Ecco, in qualche modo lo sei stata anche per me.

E credo oggi che il modo più bello di dirtelo sia provare a tradurle, in vita, tutto quello che oggi tanti ti riconoscono … chissà che anche io non riesca a rendere la vita “squillante”. Non perché sotto i riflettori, anzi. Ma perché impregnata e sostanziata di una libertà decisamente più grande.

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