Al 2017 che arriva

happy new year 2017L’ultimo giorno dell’anno è solitamente quel momento in cui si fanno, giustamente, i bilanci di ciò che è stato e dei propositi per l’anno che si apre.

Ho smesso di fare i propositi per l’anno nuovo ormai da qualche anno. Non tanto perché poi non sono mai riuscita a rispettarli, quando perché non credo sia giusto imbrigliare in schemi precostituiti la vita, che si comporta sempre in modo così “casuale” ed imprevedibile da poter far mancare i presupposti per uno dei propositi che ci siamo imposti in meno di un secondo. E allora credo che sia inutile volersi obbligare a fare qualcosa.

Il 2016 è stato un anno di cambiamenti. Sono andata a vivere da sola, prima da sola sola e poi con due coinquiline. Mi sono catapultata nel mondo “adulto”, quello dove torni a casa e ti trovi la cena e il pranzo per il giorno dopo da fare, la lavatrice da far partire o da ritirare, la biancheria da stendere (e non parliamo di quella da stirare), due stanze in croce, che però chiedono pietà e di essere sistemate, non solo quando sai che verrà qualcuno. E poi, magari, anche la pretesa inconscia, finito tutto questo, di metterti ancora a lavorare. Ed invece, puntualmente, trovarmi a trascinarmi a letto lasciando in sospeso una tra queste cose, ogni volta a caso. Oltre che andare a fare la spesa, gestire e anticipare l’organizzazione dei “pranzi del giorno dopo” delle sere in cui non sei a casa a cena. Ricordarti cosa hai in frigo e stai facendo andare a male.

Ma sono sopravvissuta. E sopravvivo ad una scelta che rifarei tante altre volte, per quanto mi sta dando come persona e nella mia crescita, sia nella versione da sola che nella versione “in compagnia”, dove la contaminazione con le mie coinquiline siciliane mi ha permesso di imparare tante cose e di riscoprirne tante altre.

Poi il 2016 è stato anche tante altre cose, belle, meno belle, più brutte, più faticose, più umilianti.

Ho detto che non faccio propositi per il 2017 e davvero non ne faccio, ma forse una cosa vorrei impararla, in questo nuovo anno.

Imparare a dare tempo. Agli altri e soprattutto a me stessa.

Essere capace di accettarmi così come sono: imbranata, troppo, davvero troppo impulsiva, forse a volte con le persone anche un po’ troppo “invadente”, altre volte poco decisa. Vorrei imparare, pian piano, a dare tempo agli altri di fare i loro passi. E imparare, pian piano, a dare tempo a me stessa di aggiustare quelle cose che di me non mi vanno giù.

Questo sì, che sarà un bel 2017.

 

 

Un equilibrista nella nebbia

Funambolo-tra-le-stelleQui al Nord questa è la stagione della nebbia.

L’altra sera dovevo andare in città. E c’era una grande nebbia. Di quelle che sono talmente dense che le si potrebbe tagliare e servirne una fetta. Ma siccome gran parte della strada che dovevo percorrere era illuminata, mi sono fatta coraggio, ho preso la macchina e sono uscita.

C’era un punto sul cavalcavia però – ma già lo sapevo – in cui avrei dovuto fare attenzione, perché lì l’illuminazione non c’è. Duecento, trecento metri dove sembra di essere inghiottiti nel nulla: davanti solo un ammasso di nebbia e tutto intorno il nero di una notte profonda.
E tu lì, da solo. Che tieni la destra rallentando per la paura di incontrare ostacoli e di diventarlo a tua volta, se non dai adeguati segni della tua presenza.

Raccontava una metafora di vita.
Quei momenti dove tutto intorno ti sembra nebbia, dove tutto ti sembra buio: l’incapacità  di aspettare, pazientare, di capire. La frustrazione per quelli che, incuranti del pericolo ti frecciano accanto, che sembrano “averene” più di te.
E tu invece lì,  ad arrancare. In una strada che ti sembra di conoscere a menadito, dove pensi di conoscerne tutti i segreti. Dove sai che li, affianco a te, c’è un guardareil. C’è, ma tu non lo puoi vedere. Ti devi fidare. Come quegli amici silenziosi, che a te potrebbe venire il dubbio ti stiano lasciando volontariamente “a bagno”. Ti devi fidare che ci sono, anche nei loro silenzi, non necessariamente voluti, ma che fanno parte di quella congiunzione che la Vita ti prepara per crescere.

Sei lì. Nel silenzio di un’attesa, navigando a vista.
E poi, metro dopo metro, incominci laggiù ad intravedere le prime luci dei lampioni, che non riportano la visibilità totale, fino a quando non rendono più nitidi i contorni delle cose, anche quelle più familiari.

Vi auguro di farla,  l’esperienza di passare in quei metri avvolti dalla nebbia. Perchè è ancora diversa dall’esperienza della notte. Nella notte la luce illumina. Nella nebbia la luce ricompone contorni e forme, ma lascia alla nostra volontà e alla nostra forza l’onere di dargli una sostanza, un valore, una destinazione. Di dargli vita. Come un equilibrista della nebbia.

Le borse della vicina

Aiutare gli altriStavo tornando a casa, in macchina. Superato il semaforo, svoltato a destra ho imboccato la strada dove abito. Metto la seconda, metto la terza, accellero. E con la coda dell’occhio, già da lontano, avevo intravisto la sagoma della mia anziana vicina del piano di sopra (che ha già avuto modo di essere presente in queste pagine), che portava una grossa busta in una mano – con dentro una bellissima pianta dai fiori rosa, l’ho vista dopo – e nell’altra aveva un sacchetto di dimensioni più ridotte, ma pur sempre ingombrante. Immagino fosse appena scesa dal bus e si stesse avviando con tutto quell’armamentario in mano verso casa.

A passo lento, faceva fatica a camminare, si vedeva senza bisogno della coda dell’occhio.

Era tardi, avevo fame. Ho rallentato per evitare alcune buche e poi per fare la curva che mi avrebbe portato sul rettilineo di casa. Ma è bastata una frazione di secondo per frenare, fare una piccola retromarcia e raggiungerla. Ho abbassato il finestrino e le ho detto: “Le posso dare uno strappo? E’ vero che sono ormai pochi metri, ma vedo che ha delle borse pesanti ed ingombranti. E tanto andiamo dalla stessa parte!“.
Stupita, mi ha sorriso e ha accettato di buon grado il passaggio. Le ho preso la borsa e gliel’ho sistemata con cura sul sedile, mentre le si sedeva vicino a me.

Siamo arrivate al cancello, sono scesa ad aprirlo, siamo arrivate in cortile e siccome loro hanno il primo posto auto e noi l’ultimo mi sono permessa di farle una battuta: “Oggi le faccio fare un’esperienza diversa: venire fin quaggiù”. Se fosse stata una comunicazione digitale avrei potuto fare una faccina, così 😀

Siamo scese, ho recuperato la mia borsa, ho preso la sua e ci siamo avviate verso il portone. “E’ già la seconda volta che mi dà una mano, lei è proprio un angelo“. Mi sono schernita: “Ma si figuri, ho visto che era un po’ in difficoltà e mi è sembrato normale darle una mano“. “Si, ma sa, non è mica scontato. Dovremmo tutti aiutarci di più, essere presenti per gli altri … ed invece viviamo in un mondo indifferente. E sa di chi è la colpa? La colpa è della mia generazione“. Sono seguiti complimenti all’educazione che ho ricevuto – e che giro a mamma e papà.

Io sto vivendo un periodo della mia vita non semplice ma … sono entrata in casa con la consapevolezza che ho qualcosa da dare. Con la consapevolezza che tutti abbiamo qualcosa da dare. Con la consapevolezza che basta a volte poco: per cambiare un po’ in meglio il mondo e la propria giornata.

Dentro gli occhi della gente

1995-2015.

Dentro gli occhi della gente
che si guarda nei metrò
nell’urgenza del presente
tra i miraggi e negli spot.

La mia terra chiede amore
anche quando non sa
oltre i muri e le barriere
tutto quello che non va.

“Giovani al servizio della vita e costruttori di pace. A poche centinaia di chilometri da qui, sull’altra sponda del Mare Adriatico, ogni giorno si continua a morire per le strade e nelle piazze, oltre che sui campi di battaglia. Muoiono donne e vecchi, mentre fanno la fila per un po’ d’acqua o di pane. Muoiono bambini, raggiunti dal piombo omicida nel mezzo dei loro giochi innocenti.

Quanti vostri coetanei tra le vittime di tale tragedia! Quante vite spezzate! Si parla continuamente di pace, ma non si smette di fare la guerra. La vecchia Europa ben conosce questa realtà disumana. La generazione alla quale appartengo era giovane durante la seconda guerra mondiale, della cui fine abbiamo da poco commemorato il 50 anniversario. La mia generazione, giovane di settantacinque anni. Ma anche la vostra generazione conosce il dramma di interminabili conflitti.

Cari giovani, respingete le ideologie ottuse e violente; tenetevi lontani da ogni forma di nazionalismo esasperato e di intolleranza. A voi è affidata “la missione di aprire nuove vie di fratellanza tra i popoli, per costruire un’unica famiglia umana, approfondendo la legge della reciprocità del dare e del ricevere, del dono di sé e dell’accoglienza dell’altro” [Giovanni Paolo II].

EurHope: Europa-speranza. Come suonano profetiche, oggi come allora, queste parole.

Incrociando la vicina sull’autobus

wpid-CAM00194.jpgUn annetto fa abbiamo cambiato i “vicini di sopra”, noi li chiamiamo così. Quelli che c’erano prima, marito e moglie, erano silenziosissimi, tanto che a volte ci chiedevamo se davvero ci fossero, se stessero ogni tanto a casa, se stessero bene. Sarà che noi ci facciamo sempre sentire quando ci siamo, ma siccome in tanti anni mai sentito un loro litigio, a volte qualche interrogativo devo ammettere ci veniva che fosse tutto normale.

Poi loro hanno cambiato casa e sono arrivati due signori anziani. Ecco, loro invece li sentiamo. Alla mattina alle 6 quando la signora cerca le ciabatte, quando si arrabbia con il marito “Sergioooooooo, dov’è ….?”. Si, loro li sentiamo. Anche il weekend. Soprattutto il weekend quando alla mattina presto cade per terra qualsiasi cosa.

Sono quei tipici piemontesi super riservati, quelli con cui ci si scambia poche battute se ci si incrocia sull’ascensore, quelli a cui si da del lei anche se ci si vede quindici volte al giorno. Quelli che se tu li sostituisci nel turno di portare fuori dal cancello i bidoni che passeranno a svuotare il giorno dopo, ti suonano tempo dopo con una bottiglia di vino per dirti grazie.

Oggi ero sull’autobus che tornavo a casa, immersa in un libro che sto leggendo per farmi venire qualche idea sfolgorante per la tesi. “Il profumo dei limoni”, si intitola. Sottotitolo: “Tecnologia e rapporti umani nell’era di Facebook”.

Ogni tanto alzavo gli occhi e ad un certo punto ho visto salire lei, la mia vicina. Aveva in mano un bel vasetto di fiori, un ragazzo quando l’ha vista si è alzato per farle posto.

Ovviamente è scesa alla mia fermata. Io avevo la musica nelle orecchie e la voglia di frecciare avanti.
Poi uno sguardo, e oltre a quel grazioso vasetto mi sono accorta che aveva in mano delle buste. Faceva fatica a camminare.

“Salve, visto che tanto andiamo nello stesso posto, posso darle una mano a portare qualcosa?”.

“Oh, ma come è gentile. Senta, posso appoggiarmi a lei, sa com’è, la vecchiaia. Sono 70 ma si fanno sentire”.

“Ma certo, non si preoccupi”. E mi prende per braccetto.

Dalla fermata dell’autobus a casa ci sono 3 minuti a piedi, al mio passo. Ce ne abbiamo messi almeno 10. Mi ha raccontato della figlia, del lavoro che potrebbe perdere. Le lamentele verso i marciapiedi “impraticabili”.

“Eh guardi, mio marito non ha tirato giù la tapparella, così il sole mi rovina tutte le tende”.
Una volta avevo sentito una persona dire che in fondo quando si diventa anziani finisce così, che il proprio mondo si restringe a questa serie di cose che viste con i nostri occhi possono sembrare davvero un po’ eccentriche.

Ma è lì che capisci cosa vuol dire “farsi Altro”. Per un attimo prendere a cuore le tende della tua vicina che si rovineranno perché il marito non ha tirato giù la tapparella.
E se puoi farlo per lei, dovresti poterlo fare a maggior ragione con chi hai accanto.

Whatsapp introduce le chiamate VoIP: tutto oro quel che luccica?

Whatsapp-Status1Dunque. Io pago 6 euro al mese a Tre per avere 400minuti, 400 sms e 1GB di Internet e tanto mi basta per le chiamate che faccio, per i sms che mando e per la navigazione.

Mi sorgono un po’ di domande, e provo a riassumerle qui:

1) per qualche motivo dovrei consumare il mio Giga di internet per fare una cosa – chiamare – per cui ho già pagato nel mio pacchetto mensile?

2) Per quale motivo dovrei rinunciare alla qualità di una chiamata “normale” per imbarcarmi in una chiamata dati che, sempre immagino, avrà una qualità decisamente minore? In questo articolo si dice che le chiamate su Whatsapp sono quelle che consumano meno banda – anche se il test forse è poco indicativo.

3) Quale interesse possono avere le compagnie telefoniche ad aumentare la banda dati per favorire la concorrenza delle chiamate VoIP?

4) Che cosa porta, di innovativo, di “migliore”, di valore rispetto a prima? Si introdurranno le chiamate di gruppo? Perché è questo che io cerco da nuove features.

5) Quando io faccio una telefonata normale so che l’interlocutore si trova nella mia stessa situazione “infrastrutturale”. Quando invece chiamerò su Whatsapp può essere che il mio interlocutore non abbia più abbastanza traffico dati – e magari non se ne è reso conto, perché non potremo essere sempre lì a controllare il nostro traffico dati per sapere se possiamo o non possiamo fare e ricevere una telefonata, no? Anche perché, a differenza del traffico telefonico, che varia soltanto in base alle telefonate che effettuiamo e quindi è più semplice avere sotto controllo, il traffico dati è influenzato da tante applicazioni che girano continuamente, anche in background.

Quindi, in definitiva, perché usare le chiamate di Whatsapp? Solo perché fa “figo”? Solo per la comodità di non dover uscire dalla app e fare la fatica di aprire la rubrica? Ecco, forse questo sarebbe il solo motivo “valido” in tutto questo discorso. Ma, come si suol dire, vale la candela, questo gioco? In fondo l’obiettivo è proprio questo: farci entrare in un ecosistema.

E c’è un altro “MA”, grosso e gigante: ricordatevi che si scrive Whatsapp e si legge Facebook: che siate iscritti o no al social network di Mr. Zuck, già ora ogni vostro messaggio è di “proprietà” di Facebook e se siete iscritti, FB usa tutto ciò che voi “whatsappate” per profilarvi e somministrarvi post sponsorizzati e pubblicità.
Volete regalare a Mr. Zuck anche tutte le vostre telefonate e i vostri discorsi?

Sono degli interrogativi, non voglio denigrare queste nuove funzionalità. Ma solo porci degli interrogativi per insegnarci a non prendere acriticamente tutte le cose che ci passano davanti e valutare le conseguenze di quello che scegliamo.

Per cui, detto questo: sicuramente lo proverò, ma ecco, non aspettatevi che vi chiami su Whatsapp e se volete chiamarmi preferisco lo facciate con le chiamate classiche.
E occhio alle truffe 😉

ps: Enrico nei commenti dice una cosa saggia, che avendo amici sparsi per il mondo in qualche modo capisco e forse potrebbe essere uno dei pochi motivi per usare le chiamate di Whatsapp: gli amici lontani e dall’altra parte del mondo. Insomma, il mondo a portata di mano, letteralmente. Anche qui le alternative non mancano di certo, Skype in primis.

Un continuo atto di fiducia

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La vita stessa è un continuo atto di fiducia.

E’ la frase che mi suona in testa continuamente in questi giorni pensando alla tragedia dell’aereo schiantato deliberatamente dal co-pilota sulle Alpi francesi.
Non riesco a togliermi dagli occhi l’orrore di un pensiero del genere. Un uomo, un ragazzo con un solo anno in più di me ha scelto di morire e di trascinare nella sua scelta altre 150 persone che niente avevano a che spartire con lui, se non la fatalità di stare su quel volo.

Un episodio assurdo, assurdo come solo certe cose e certe follie lo possono essere, assurda come la roulette che ha scelto gli studenti che avrebbero potuto godere di un viaggio premio e che sedevano su quell’aereo per raggiungerlo. Mi manca il fiato, se penso a quale filo invisibile e a quale combinazione è appesa ogni giorno la nostra vita.

Un episodio che mi ha toccato nell’intimo perché mi ha rimesso davanti ad un’ineludibile verità: che la vita stessa è un continuo atti di fiducia, quotidiano.
Certo, un aereo che diventa una trappola mortale per 150 persone tutte insieme fa più rumore e muove di più la nostra immaginazione e le nostre angoscie.

Ma se ci pensate bene, ogni momento noi diamo fiducia a qualcuno. La diamo allo chef del ristorante dove mangiamo, al barista che ogni mattina ci porge il caffè, al conducente dell’autobus, agli altri automobilisti, alle persone che incontriamo al supermercato, al medico a cui ci affidiamo per le cure, al parroco da cui riceviamo la comunione.
La diamo ogni giorno incosciamente ad uno sconosciuto che ha costruito il ponte su cui passiamo tutti i giorni, a quello che ha costruito la macchina che ogni giorno ci porta da casa al luogo di lavoro, a chi ha costruito la nostra casa.
La lista, come si può intuire, è davvero lunga e comprende tante cose che diamo, anche giustamente, per scontate.

Ogni relazione, se ci si pensa, è un atto di fiducia che facciamo verso qualcuno.

Forse a volte, dietro le cose che ci sembrano ovvie, ci farà bene pensare all’atto di fiducia che stiamo facendo.
Dietro alle cose che facciamo ci farà bene pensare all’atto di fiducia che l’altro sta facendo in noi, perché si tratta sempre di una relazione di reciprocità.

E ci farà bene prendere coscienza anche di altre due cose.

La prima è che, come dice mio papà tante volte, “siamo tutti uguali”. Tutti uomini, tutti perfettibili, tutti peccatori.
I tedeschi, quelli che noi spesso identifichiamo come persone integerrime, che non sbagliano mai, oneste, si sono improvvisamente scoperti “non perfetti”. Anche loro. Hanno scoperto che anche loro fanno le cose con superficialità.
Quindi, e lo dico prima di tutto a me stessa, smettiamola di ergerci sopra gli altri, di pensarci migliori, di fare i moralisti sentendoci una spanna sopra gli altri. No, non lo siamo.

La seconda, forse ancora più importante.
Ricordiamoci che non viviamo su un’isola deserta.
Ogni azione che compiamo può avere una conseguenza non solo su di noi, ma ci può trascinare più o meno inconsapevolmente dentro anche altri.

“Le nostre infedeltà e debolezze non sono un fatto «privato», ma sulla vita degli altri lasciano sempre un segno – piccolo o grande, passeggero o indelebile”. (da un articolo su Chi Cercate)

Non perdiamo il coraggio di guardarle in faccia le nostre debolezze. Non perdiamo il coraggio di usare tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione per cercare di lavorarci sopra, per cercare di possederle e per cercare di limarle.
Lo dobbiamo a noi stessi, ma lo dobbiamo prima di tutto a chi ci sta accanto, e all’atto di fiducia, magari inconscio, che sta facendo verso di noi.

Siamo ancora capaci di guardare lo sguardo dell’altro?

Palazzo Nuovo per tanti di noi studenti umanisti di Torino è come una casa, quel luogo dove passiamo la maggior parte della nostra giornata.

Quel posto che, a dispetto del “Nuovo” contenuto nel nome e reso un po’ più credibile dal rifacimento della facciata, contiene tante aule fatiscenti, bagni a volte inservibili, uffici che non ci danno risposte, aule poco capienti che ci richiedono alzatacce alla mattina per assicurarci un posto a lezione, studenti seduti in ogni dove, sedie rotte … L’elenco potrebbe essere lungo.

Ma è anche il luogo dove tiriamo fuori il nostro “baracchino” per far pranzo, accaparrandoci un posto nelle panchine dell’altrio quando fa freddo o fuori sui gradoni laterali quando il sole incomincia a scaldare le nostre giornate.

E’ il luogo dove nascono amori, amicizie, dove si impara l’arte dell’arrangiarsi, dell’improvvisarsi; dove si impara e si affina la pazienza, dove si impara a collaborare e solidarizzare perché, “siamo tutti sulla stessa barca”.

E’ qui che ieri una studentessa ha deciso di dire basta. A cosa non lo sappiamo, e forse non ha nemmeno senso saperlo. Non sappiamo il suo nome, e forse anche questo è un dettaglio che non serve, ora.
Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche aveva nella borsa un biglietto datato 8 marzo con cui chiedeva che i suoi organi venissero donati, in caso di morte.

Non è la prima volta che capita che una morte così inspiegabile fa capolino nella mia vita in una dimensione a me vicina.

Sento un senso di sgomento profondo che non riesce a darmi pace.
Penso che magari questa ragazza abbia sfiorato le mie giornate universitarie, abbiamo studiato nello scranno accanto al mio in biblioteca. Chi lo sa.

E’ vero, nessuno di noi sa … perché.

Mi fa molta impressione pensare al luogo che questa ragazza ha scelto per dire basta, l’università. Perché sono convita che il luogo racconta l’esperienza che io faccio.  E allora deve far più rumore se il luogo per mettere fine ai propri sogni è proprio quello dove dovremo coltivarli, insieme al nostro futuro; quel luogo dove ci costruiamo prima di tutto come persone. Ne ho lette di tutti i colori, accuse alla politica, al “sistema”. Sarà, ma penso che ci sia di più.

L’università è quel luogo della fretta, dove si esce da una lezione per correre verso la prossima, dove ognuno cerca un po’ di pararsi, a volte passando sopra l’altro, quel luogo iper-affollato dove però ci si può nascondere la propria solitudine con molta facilità.  Ma è anche il luogo dell’incontro, del caffè, dello scambio dei libri, dello scambio dei consigli sugli esami e dei favori.

Mi fa impazzire l’idea di una cosa covata dentro da tempo, portata avanti per giorni senza che nessuno abbia potuto, saputo accorgersene.
C’è qualcosa che non mi lascia in pace, in fondo a tutto ciò: sono capace di guardare l’altro, sentire i suoi bisogni, le sue necessità, farle mie? Sono capace di stare accanto, di accompagnare, di capire, di comprendere nel profondo chi ho accanto, per saper intercettare quello che non va, e farmene carico?

Sono ancora capace di guardare le persone nel loro sguardo?
Sono capace di dimostrare con la mia vita che questa vita è sì, tremendamente complicata e difficile, ma vale la pena di essere vissuta? E se penso di averci trovato un “segreto”, lo tengo per me o lo condivido?

Dall’altra parte mi chiedo se sono capace di non tenermi tutto dentro, di non pensare sempre di potercela fare da sola, di chiedere aiuto, a costo di dimostrarmi debole, di farmi aiutare quando non ce la faccio.

Quelle che ho fatto sono domande che faccio prima di tutto a me stessa, perché è da qui che voglio ripartire: dalla speranza che sappiamo esserci di più gli uni per gli altri, essere più parte delle nostre vite.

Siamo stati creati in dono, gli uni per gli altri. Facciamo che non sia solo una frase scritta in un libro di spiritualità, ma che sia l’esperienza che possiamo fare, reciprocamente.

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In mezzo al fango di Genova

Riporto le parole di un amico genovese che racconta la sua esperienza in prima persona in questi giorni di emergenza nella sua città.
A me han fatto bene al cuore. Pur da spettatrice lontana, mi hanno fatto commuovere e riacceso una fiammella della speranza.
I genovesi sono forti, supereranno anche questa!

Non sono né un grande oratore tantomeno uno scrittore, ma vorrei esprimere con due parole quanto ho vissuto in prima persona in quest’alluvione del 09/10/2014 a Genova.
Questa volta sono stato “toccato” anch’io dall’acqua fuoriuscita dal Bisagno intorno alla mezzanotte di quel giovedì ormai famoso; a qualche centinaio di metri da Borgo Incrociati, ho il box sotto il livello della strada con dentro la macchina nuova di due anni (una VW Touran) … e vi lascio immaginare.
Ho vissuto tutto con estrema serenità e consapevolezza, al di là del fatto che non fosse stato diramata l’allerta meteo, al di là del fatto che le istituzioni… al di là del fatto che… grazie alla vicinanza di tanti amici vicini e lontani, che mi hanno sostenuto con le loro parole e la loro vicinanza.
Questa mattina (sabato 11/10) alle nove, i miei due figli sono usciti con stivali e KeyWay per dare una mano a chi ne avesse avuto bisogno. Alle 15,00 ero in giro con lo scooter per fare due spese e piangevo la desolazione di chi aveva perso, non una macchina, ma il negozio, l’attività commerciale, il proprio sostentamento quotidiano. Ma ho anche visto gente che, con l’odio negli occhi e nella voce, malediva le istituzioni, il comune, la protezione civile… mugugni che si sarebbero tramutati in violenza se solo c’era la possibilità di metterla in atto. Odio… e tristezza.
Al rientro ho visto che l’acqua dal garage era stata pompata via tutta e si poteva cominciare a pulire. Sono sceso al box con mia moglie per valutare i danni e cominciare a pulire; in un’ora avevamo finito tutto!Una manciata di ragazzi ci hanno dato una mano, Angeli (del fango li chiamano, ma per me sono del Paradiso!) in silenzio , con la dignità dell’eroe anonimo, hanno pulito, sgomberato, senza una parola di condanna, di critica, di rabbia, solo con lo sguardo limpido in netto contrasto del fango che ci circondava, hanno risolto la nostra situazione. Mentre con loro spingevo via l’acqua sporca, sudando come mio solito, insieme al sudore si mescolavano le lacrime di commozione che mi scendevano copiose… non ho mai dubitato dei miracoli e oggi l’ho vissuto con loro e grazie a loro!
Finito il lavoro, un breve saluto ed erano dall’altro box.
Questa è Genova che spera, che crede in un futuro vero e reale, è l’Italia (si, perché sono venuti da fuori regione e in tanti) che può risollevarsi, perché vive, ama e spera senza calcoli, senza tornaconti, senza mugugni… Questo è il mondo che ho sognato da giovane e che sogno ancora, è l’unica realtà che vale la pena d’essere vissuta e per cui combattere.
Grazie ragazzi!!!
Manuel