Cosa mi ha insegnato la vittoria dei Soul System a XFactor 10

Alvaro Soler con i Soul System

Quest’anno mi è capitato di seguire dall’inizio alla fine XFactor, il talent show di musica trasmesso da Sky, vinto qualche giorno fa dal gruppo veronese dei Soul System.

Ma non sono qui a scrivervi di questo, quanto piuttosto di una riflessione che ho fatto a margine.

Devo fare un po’ di storia, per chi non conosce il programma. XFactor si divide in due fasi: la prima è quella delle selezioni, che prevede più step, e poi c’è quella dei Live, che accompagna i concorrenti che hanno superato la prima fase fino alla finale. A selezionare e poi guidare nella gara i concorrenti, suddivisi in categorie, sono quattro giudici, quest’anno Manuel Agnelli, Arisa, Alvaro Soler e Fedez.

I Soul System hanno passato le prime fasi fino a quelli che vengono chiamati gli Home Visit dove il loro giudice di categoria, Alvaro Soler (si, quello di “mira Sofia” che abbiamo cantato fino allo svenimento per tutta l’estate) ha deciso di preferigli un altro gruppo. Che però, per motivi di regole del gioco del programma televisivo, ha preferito abbandonare – con relativa polemica – lo show, rendendo quindi possibile il ripescaggio del gruppo veronese.

Che a quel punto, forte dell’energia e dell’allegria che ha portato sul palco serata dopo serata, è arrivato non solo a fare breccia nei cuori degli italiani ma sopratutto in quelle del proprio giudice (a quanto pare, quando ci sono in mezzo le dinamiche televisive bisogna sempre prendere tutto con le pinze). Sì,  l’Alvarone, che inizialmente li aveva solo ripescati, ha incominciato ad affezionarsi – questo le telecamere ci hanno mostrato – a questi 5 pazzi scatenati finendo, durante la finale, per annunciare di volerli con lui nelle date italiane del suo tour.

Ecco, questa è la storia.

La riflessione che ho fatto a margine di questa storia è che vorrei essere capace di fare come Alvaro Soler: essere in grado di ricredermi nelle cose, di non lasciare che la prima impressione sia quella che categorizza e identifica una persona o una situazione. Essere capace, umilmente, a cambiare idea.

Ciao Paola

w0qm9xSono molto selettiva nell’affezionarmi alle persone (e sto imparando con fatica a farlo nella maniera corretta), quindi quando lo faccio è perché sono sicura che valga la pena. In questi giorni ci ha lasciato Paola, che ha incrociato il mio cammino qualche anno fa e con cui ci siamo “trovate” subito, e forse non solo per quello slancio comune nel cercare di vivere la nostra vita per un ideale grande. Una di quelle persone che passano nella vita degli altri, per più o meno tempo, e lasciano un segno. Così è stato per Paola con me. Ho saputo della sua “partenza” quasi per caso e ho sentito il bisogno di scrivere qualcosa. Qualcosa che non è un saluto, perché so che il nostro dialogo potrà continuare, forse adesso ancora più di prima.

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Adesso mi chiede i soldi

elemosina

Si vicina un africano. Un altro. L’ennesimo. “Adesso mi chiede i soldi…” penso e sbuffo. “Speak English?” mi domanda invece. Dall’ alto della mia impostazione accademica gli rispondo “Yes, I do”. “You do” ribatte lui e non per sorpresa, ma come sottile sberleffo alla mia risposta troppo corretta. Banale dire che della grammatica non se ne fa nulla lui. Mi parla della Nigeria (“adesso mi chiede i soldi” penso), mi parla del lavoro che svolgeva là e della sua sistemazione qua (“me li chiederà adesso i soldi” ripenso); capisco la metà, ma una parola risalta su tutte le altre: “beg”. Mi racconta la sua difficoltà a chiedere l’elemosina, a mendicare. L’ avevo capito, i soldi non me li ha chiesti! Mi chiede un lavoro invece. Un lavoro! Mi sento impotente. E insieme al lavoro capisco che mi sta chiedendo di riconoscere la sua dignità, di guardarlo come “la persona che era in Africa”. E’ ora di andare, ci salutiamo, sento però che manca un tassello: “what’s your name?”, “and yours?”. E’ la domanda magica: io non l’ho più guardato come l’ “ennesimo”, lui ha riacquistato un pezzo di consapevolezza di esistere.

Da un post di Marta P. su Facebook.

Come fossi un modellino

ModellinoStamattina sul pullman mi è caduto distrattamente l’occhio su una ragazza che seduta vicino all’obliteratrice, la mia meta di quel momento, armeggiava con un modellino di plastica. Un passatempo davvero insolito, considerando che la posa comune ormai è quella di due occhi chinati sul proprio smartphone – e io non faccio differenza, in questo, approfittando di questi tempi vuoti per leggere un po’ di cose utili per il mio aggiornamento professionale day-by-day.

Mi ha incuriosito. Ho immaginato fosse una studente di Architettura e quel plastico fosse il frutto di un duro lavoro fatto non solo di ore ed ore di fatica, ma magari anche di qualche ora in bianco.

Ma la mia attenzione era però tutta per quel modellino e quel pezzo di carta vetrata dal fondo rosso che utilizzava per raffinare le curve del modellino bianco che teneva in mano, cercando di prevenire gli scossoni e gli strappi delle frenate del bus.

Mi ha colpito la delicatezza con cui curava alcune curve e allo stesso tempo la ruvidezza con cui smussava alcuni angoli, probabilmente non venuti in prima battuta come ci si sarebbe aspettati. Uno sguardo più attento poi rivelava quà e là alcune imperfezioni, qualche pezzo di scotch. Eppure lei continuava, imperterrita, a curare e raffinare quel suo lavoro.

Ho immaginato di essere io quel modellino. Con i miei angoli oscuri, i pezzi di scotch che tengono insieme le mie mancanze, le mancanze di coraggio … tutto quello che di sbagliato posso vedere nella mia vita. Ma anche con quei pezzi curati, definiti, rifiniti.
E ho immaginato qualcuno, non necessariamente sempre e solo in una dimensione trascendente, che si prende di cura del suo modellino: me.  Con forza e con ruvidezza, a volte. Con un’attenzione delicata altre, per smussare angoli ancora troppo ruvidi. E lo fa anche e nonostante lo scotch. E tutto ciò che esso copre o cerca di nascondere.

La signora delle calze del mercato

Mercato

Avevo bisogno di un paio di collant. Arrivo al mercato alle 9,30, che è già un buon orario. Lo faccio tutto, avanti e indietro, ma niente, nessun banco vende collant. Eppure so che dovrebbe venderle il banco di una signora molto anziana, un po’ ricurva, è uno dei banchi fissi di questo mercato. L’ho vista a volte arrivare tirando con estrema lentezza il carrellino con tutta la sua merce sopra e mi ha fatto tanta tenerezza. Guardo e riguardo ma proprio oggi non la vedo. Poi mi giro e con la coda dell’occhio la vedo arrivare. Solo che ci vorrà un po’ prima che il banco sia montato. Allora vado a prendermi un posto nella biblioteca che sta lì accanto, con l’idea di ripassare a comprare le calze più tardi, nella pausa pranzo.

Passando davanti al suo banco, la prima volta, avevo visto un cartello scritto a mano e lasciato lì, sopra la sua merce:

Fatevi i fatti vostri, vivrete meglio.

La prima volta questa frase mi è suonata sprezzante. Il mercato è quel luogo delle chiacchiere, dell’incontro con la gente e sì, dei fatti degli altri: quelli che parlano tra di loro aspettando il loro turno, dei mercantali che si parlano da un banco all’altro, o anche della gente che percorre quello stretto corridoio con il cellulare all’orecchio intento in una conversazione. Questo mi piace del mercato: l’umanità.

Forse per questo motivo quel cartello mi ha spiazzato e, involontariamente, mi ha sempre fatto guardare quella signora con un occhio di chi la sa più lunga, anche se tante volte, passando davanti a quel cartello, mi è venuto spontaneo chiedermi che cosa, nella vita, l’avesse spinta a pensare quello. Così ho però finito per evitare accuratamente di dover comprare quel banco. Fino ad oggi, quando se volevo comprare i miei collant lì non avevo altra soluzione. E’ ormai ora di pranzo e, tirato fuori il mio panino, mi metto come al solito a girellare tra le bancarelle. Mi avvicino al suo banco e incomincio a rovistare nelle pile di buste di collant alla ricerca di quello che faceva per me. Volevo sbrigarmela in fretta: scegli, paga e prendi. Poi eccomi di fronte al solito dilemma: taglia M o taglia L? Ho girato la confezione che avevo in mano per guardare il bugiardino. Uhm … sono abbastanza border-line.
Nel mentre che il mio cervello si arrovellava alla ricerca di una risposta, la signora, sempre ricurva, era intenta ad incominciare a radunare le cose perché da lì a poco avrebbe, immagino, sgomberato il campo.

Ha alzato gli occhi, mi ha guardata e mi ha chiesto: “Signorina, le serve aiuto?”. Ecco, quattro semplici parole che hanno rotto la mia diffidenza. Le ho fatto un sorriso e le ho detto: “Sono un po’ indecisa sulla taglia, cosa le sembra, visto che sono piuttosto alta, che sia meglio la L”?. “Oh guardi, secondo me proprio sì.  Sa, rischia che magari si piega e … patatrac!”. L’ho ringraziata per il consiglio, ma ormai la cosa più importante era fatta: ero riuscita ad andare oltre la mia diffidenza. Così abbiamo attaccato un discorso sul colore dei collant, mi ha chiesto per cosa mi servivano, io le ho detto che l’avrei usate con un vestito di colore chiaro e che quindi forse le avrei prese il più possibili chiare anche loro, mi ha spiegato la differenza dei denari. Da donna conosco molto bene ovviamente, la differenza dei denari ma le ho lasciato credere che io avessi bisogno di quella spiegazione.

Ne avevo bisogno, come andidoto ai miei pregiudizi. Per provare un po’ a distruggerli. Come quelli che posso avere nei confronti anche di altre persone.

Aylan

Dietro la foto di Aylan, ancora una volta noi

AylanHo letto tanto in questi giorni riguardo alla questione della foto del piccolo bimbo siriano, riguardo all’opportunità o meno di pubblicare la foto, cruda, del bambino siriano adagiato sulle coste della Turchia e coccolato, per l’ultima volta, dalle onde calme di quel mare che ha interrotto bruscamente il viaggio verso le coste europee e sopratutto la sua piccola vita.

Ho letto perché, prima di provare nel mio piccolo a dire qualcosa, mi piace provare ad ascoltare e capire.
Le scuole di pensiero sono molto diverse: c’è chi ha deciso di pubblicarla per mettere in evidenza la crudeltà e l’incancellabile evidenza, che tante volte fingiamo di non vedere e con cui non vogliamo fare i conti; c’è chi invece ha deciso di censurare e se l’è un po’ presa con i primi, sostenendo che pubblicare questa foto serva soltanto per pulirsi per un attimo la coscienza, ad un attivismo da tastiera, tra un selfie delle proprie vacanze e l’altro.

Credo, e provo a dirlo con gli occhi di chi sta studiando comunicazione, che siano e debbano essere ritenute entrambe scelte rispettabili. Credo, cioè, che dovremmo pian piano incominciare a recuperare la capacità di accettare l’idea di essere esseri complessi e come tali riuscire quindi a tenere intelletualmente insieme cose e convinzioni che paiono diametralmente diverse come può essere il codice deontologico del giornalista o del comunicatore con la scelta di mettere in prima pagina quella che, penso nessuno lo possa negare, sia diventata un’icona che riassuma un dramma. Ognuno di noi ricorderà la fotografia della bambina vietnamita con le braccia alzate. Ecco, come quella anche questa diventerà un’immagine emblematica da libro di storia. Perché è questo che a mio modo di vedere rappresenta quella foto: un’icona di una questione tremendamente molto più complessa e complicata che è improvvisamente scoppiata nelle mani dei governi europei, che pure non potevano non aver colto le avvisaglie dei decenni di viaggi della speranza attraverso il Mediterraneo.

La scuola di pensiero della censura ritiene che non bisogna speculare sul dolore e sulle vittime, a maggior ragione se bambini. E’ vero, un’immagine del genere passa nelle nostre timeline su Facebook o davanti agli occhi al bar mentre leggiamo il giornale in mezzo ad un bombardamento di tante altre cose oltremodo futili e rischia di diventare routine, banalizzata. E’ vero, condividere su Facebook o retweetare una foto su Twitter è un’azione assolutamente comoda, rapida ed indolore, per certi versi, per pulire la propria coscienza.

Ma, c’è un ma. Sappiamo e conosciamo questa enorme tragedia, ma viviamo in una società dove, immersi in un bombardamento informativo senza precedenti sono le immagini che attirano l’attenzione. Tanto vero che in tutti i corsi di Social Media Marketing che ho frequentato la parola d’ordine è: puntare sull’aspetto visuale delle immagini. Perché è l’immagine che interrompe il flusso ininterrotto di parole. Non è infatti vero che oggi tutto quello che non è selfato, fotografato e sopratutto mostrato ed ostentato, semplicemente non c’è? E se poi la fotografia mostra la morte, per di più di un bambino, è il nostro innato spirito di conservazione e protezione che viene toccato. E allora, forse, “vediamo” e non riusciamo ancora una volta a voltarci di fronte a questo dramma, e comprendere, attraverso la storia di Aylan tutte le altre che abbiamo fino ad ora ignorato e che la sua racchiude drammaticamente.  Sono convinta di ciò: abbiamo bisogno di vedere per tornare a contatto con la cruda realtà, anche per quel misero secondo in cui l’immagine ci scorre davanti agli occhi. Pena il rischio di anestetizzare il nostro cuore e la nostra mente davanti a ciò che succede per davvero, attorno a noi.

Io personalmente ho deciso che non avrei condiviso questa foto sul mio profilo Facebook, l’avevano già fatto praticamente tutti e mi sembrava non avrebbe aggiunto nulla. Ma il mio cuore non può fare a meno di sussultare ogni volta che appare nella mia timeline, in questi ultimi giorni anche in versioni più poetiche ed ancora più evocative. E’ una fitta che mi fa male, un male tremendo perché mi sento impotente.
C’è una frase di una canzone di Jovanotti che in questo periodo mi risuona spesso in testa, leggendo queste polemiche: “Ma l’unico pericolo che sento veramente è quello di non riuscire più a sentire niente“. Andatevela a risentire, questa canzone. Il pericolo dell’indifferenza, delle immagini che mi passano davanti senza suscitarmi più indignazione, rabbia, dolore, sgomento, angoscia. Quest’estate, accarezzando il mare in cui io cercavo riposo e che per altri è invece l’unica agognata via di fuga, c’era una domanda che, senza risposta, in modo martellante si faceva spazio dentro alla mia testa: “Per quale merito, io sono nata da questa parte del mare? Per quale coincidenza il mare per me è sintomo di spenseriatezza e per altri rappresenta la tomba azzurra?”.

Tornando alla querelle pubblicare la foto sì, pubblicare la foto no, quello che mi sembra emerga in entrambe le parti sia il non renderci conto, ancora una volta, che mettendo la nostra attenzione su questo aspetto continuamo ad ergerci noi al centro dell’attenzione e del discorso. Noi che giudichiamo, chi ha fatto bene e chi ha fatto male. Ognuno ha la sua sensibilità, il suo modo di sentire le cose. Io, ad esempio, pur non essendo in questo caso contro la pubblicazione di queste foto, lo sono stata nei confronti del video del giornalista americano che ha ucciso due colleghi e lo sono per le immagini delle uccisioni dell’ISIS. Perché per me, quelle immagini che mostrano come uomini e donne muoiono, portano in campo aspetti semantici, se così posso dire, diversi.

Noi siamo qui che ci accusiamo a vicenda di aver pubblicato o non aver pubblicato e ci guardiamo il dito; ed intanto dalla Libia, dalla Siria o chissà ancora da dove un altro barcone, con tanti Aylan sopra, è già partito.

Certo, il rischio di anestitizzarci davanti al dolore, alla sofferenza, all’ingiustizia è qui, ben presente. Ma il problema io non credo che sia una foto che passa veloce nella nostra timeline di Facebook. Il problema è che stiamo mettendo l’accento su una foto e l’opportunità di pubblicarla o meno trascurando colpevolmente di parlare di ciò che quella foto rappresenta e del dramma di cui quella foto diventerà tristemente un simbolo, come tante prima di lei nella storia.
Vorrei e spero che questa foto diventasse piuttosto il motivo per discutere e per interrogarci nel profondo di quello che riguarda le questioni dei flussi dell’immigrazione e di ciò che ne è, ancor prima, causa. Che diventasse, come potrebbe dirci un semiotico, il significante che ci riporta ad un significato molto più profondo.
Aylan non è morto invano se qualcuno si mette una mano sulla coscienza, se prendiamo consapevolezza del terribile ruolo che l’Europa (o, a seconda, non) ha nelle guerre che falcidiano l’area araba e non solo. Non sarà morto invano fino, dopo aver adeguatamente pensato ora ad accogliere e farsi carico di chi da quelle terre scappa, non si troverà una soluzione, anche alla radice del problema.

La foto di Aylan appartiene alla storia. La sua, personale, del sogno della sua famiglia di andare in Canada, ma anche quella di ognuno di noi.
Per me questa foto rappresenta però anche uno specchio davanti a cui vedere la mia indifferenza quotidiana verso il mio prossimo. Quello che mi passa accanto ogni giorno. Ecco, Aylan non sarà morto invano ogni volta che la sua foto sarà per me il deterrente alle mie, piccole, guerre personali, quelle di tutti i giorni.
Io non posso fermare le guerre, non ho facoltà di decisione sulla sorte di chi attraversa il mare in cerca di una nuova, flebile speranza di vita. E’ colpa degli Stati Uniti, di chi vende le armi. Non penso sia un grande scoop. Ma poi io, concretamente, in tutto ciò che ruolo attivo posso davvero avere? Posso forse andare da Obama e dirgli: “senti un po’, basta vendere armi, ok?”. Forse no.

Forse vederci sbattuta davanti la foto di Aylan ci disturba non solo per l’ingiustizia, l’orrore e il dolore che ci racconta. Ma perché inconsciamente, a noi che dobbiamo sopportare la frustrazione di non avere il necessario potere di influenzare chi prende le decisioni politiche, quella foto chiede di cambiare e di prendere decisamente la strada della fraternità quotidiana, l’unica che possiamo percorrere concretamente per provare a cambiare davvero qualcosa. E quella foto sta lì, implacabile, a ricordarcelo.  A ricordarci che non possiamo lasciare ad altri il compito di costruire un mondo un po’ migliore. E allora, riguardiamocela ogni giorno, questa foto. Perché a dimenticare si fa molto in fretta.

La foto di Aylan forse qualcuno ha smosso, più di quanto abbiano fatto tante parole pronunciate negli ultimi tempi.  Ma in quella foto c’è Aylan, c’è una storia, c’è un popolo. Ed è a lui, al suo fratello e alla sua mamma, a suo padre rimasto in vita, a quanti sono morti con lui nella traversata e di cui non abbiamo una fotografia, a chi chiede una mano per avere una vita diversa e migliore che dobbiamo che il dolore e lo sgomento che il suo viso adagiato per sempre sulla battigia di una spiaggia diventi una molla: per non girarci più dall’altra parte ed essere, invece, parte del cambiamento di questa storia.

Non siamo solo italiani, francesi, tedeschi, siriani…siamo tutti cittadini di questo stesso mondo e abbiamo tutti lo stesso desiderio di felicità: è arrivato il momento di smettere di chiederci se sia giusto o sbagliato salvare e aiutare questa gente, ma di discutere solo di come farlo, e se potranno esserci dei rischi anche per noi beh…credo valga la pena correrli. [1].

“Perché l’unico pericolo che sento veramente, è quello di non riuscire più a sentire niente”.

Cosa ho imparato dal Solitario

solitarioMi è capitato, ultimamente, di dare una sistematina al computer di un’amica. Tra le varie cose, siccome su Windows 8 i giochi sono a pagamento, le ho installato una suite alternativa e gratuita. E così mi sono ritrovata davanti al Solitario, che non utilizzavo più da qualche anno.

Essendo un periodo un po’ di stress vari, ho pensato che era l’occasione per ridargli una spolveratina.
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Rallentare il passo

la-poesia-dei-piedi-L-ChucqqIeri, presa la chitarra, stavo andando verso il punto di ritrovo quando ho visto arrivare Elisabetta, che probabilmente era appena uscita dalla Metro. Mi sono fermata per aspettarla per fare quel pezzo di strada insieme, visto che andavamo nello stesso posto.
Betta è un’amica speciale, per tanti motivi, ma anche perchè combatte ogni giorno con un problema fisico che non le permette di camminare con facilità.
Ci siamo incamminate verso il punto dove avremmo trovato il resto della banda.
Mentre facevo la strada con lei, cercando per una volta di dimenticarmi il mio passo sostenuto da universitaria, mi è tornata in mente una frase che fa capolino spesso nei miei pensieri, che mi piace tanto e che tutte le volte che la leggo – e sono tante – richiede in me una conversione:

(…) rallentare il passo per camminare insieme convinta che ero io ad averne bisogno (…)
(da “Oltre il velo nel cuore del Pakistan” di D.Bignone)

Una frase che ho sempre trovato illuminante, e che forse a volte però ho cercato di far mia solo per “inerzia”, perché fidandomi di chi l’aveva scritta, sapevo essere vera. Ma un conto è cercare di  farla propria, un altro è poi viverla.

Ecco. Ieri mentre camminavo con Betta, pur immersa nella mia stanchezza e con il cervello un poco annebbiato, forse per la prima volta “ho capito” profondamente il senso di questa frase perché era quello che stavo vivendo.

Si. Perché anche ieri rallentare il mio passo era una cosa che veniva prima di tutto in mio vantaggio e di cui io avevo bisogno: per poter guardare Betta negli occhi mentre parlava, per poter non perdere un filo delle cose che mi diceva, per poter allungare la mano ci fosse stato bisogno di un aiuto per circumnavigare un ostacolo. Se avessi fatto solo un passo in più, se non avessi rallentato, quante cose che mi sarei persa!

Mi sono gustata questa (ri)scoperta, nella ricaduta pratica di quel momento ma sopratutto pensando a quel camminare più grande che è la Vita. Mi sono venuti in mente tanti momenti e tante situazione dove invece che aspettare ho accellerato il passo. Mi è venuta la paura di non essere sempre capace di ripetere questo “rallentare” con le persone che la vita mi mette accanto ogni giorno o anche solo per una volta.

Ma mi è venuta anche una grande voglia di provarci. Di cadere quando non ne sarò capace. E di riprovarci ancora.
Convinta, per davvero, che sono io, ad averne bisogno.

 

 

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Vuota e piena

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Oggi, tornando dalla passeggiata, passavo a lato della strada, dove in mezzo c’era il mercato, che avevo appena attraversato ed esplorato. Sicura di aver visto tutto.
Ma da quella nuova angolazione ogni tanto l’occhio cadeva di nuovo sulle bancarelle, viste da una prospettiva però questa volta diversa. Da dietro.
E l’occhio finiva per indugiare su cose che passandoci in mezzo, non avevo visto o non avevo potuto notare, proprio perché nascoste.

Quante volte nella vita è lo stesso? Guardi e riguardi una cosa, la attraversi. Pensi di averla capita e attraversata tutta.
E invece, se cambi prospettiva, se la guardi da dietro, ti rendi conto di particolari che non avevi notato. Di sfumature che non avevi colto. Di storie che possono essere diverse da come le avevi immaginate e ‘capite’.
Oggi al mercato ho capito che non mi devo accontentare di una prospettiva. Quella che fa vedere le cose belle, le sfumature più accese, è quella che vede ‘dietro’. È quella che guarda ‘sotto’, ‘dentro’. E’ quella che passa per il dolore, il non capire, attraverso le proprie paure.

Che ti mettono lì. Vuota, al fondo.
Piena, accanto.

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#PrayLiveActForPeace

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Chi non si sente impotente di fronte alla guerra? Chi per un attimo non ha sentito i brividi alla schiena davanti all’idea di un aereo incidentalmente finito sotto il fuoco di due contendenti?
Quell’aereo ci ricorda che la guerra non è affare di qualcuno. È affare di tutti, perché la sua coda non sappiamo cosa e chi raggiungerà.

In questi giorni sui social network si usano tanti hashtag per commentare le notizie che arrivano dal Medio Oriente.
#PrayForPeace, lanciato a suo tempo da Papa Francesco, e  #PrayForGaza.

Chissà che fine ha fatto quell’albero piantato nei Giardini Vaticani nell’incontro di pace voluto da Francesco. Sarà appassito sotto i colpi di mortaio? Dietro le incursioni di terra, le ripicche, le scaramucce e i gridi di battaglia?
Chissà. Ma forse si può ancora salvare. Si può innafiare con un passo, senza aspettare che sia l’altro a farlo. Perché vinca chi per primo incomincia a togliere le pietre del muro di odio.

Certo, sono conflitti complessi, che non si possono risolvere con un post. Ma sono conflitti che fanno solo da specchio ai nostri, ai miei. Quelli ‘piccoli’, di tutti i giorni. Ma on meno insignificanti.

Ecco. Io vorrei lanciare un hashtag nuovo: #PrayLiveActForPeace.

Prega, vivi e agisci per la Pace.
Perché la Pace è una scelta, difficile, audace, eroica, di ogni giorno. Mai scontata. E ad ognuno, me compresa, viene chiesto di farla.
Siamo noi che possiamo scegliere.

E io spero di saperlo fare. Di sapermela conquistare.