Adesso mi chiede i soldi

elemosina

Si vicina un africano. Un altro. L’ennesimo. “Adesso mi chiede i soldi…” penso e sbuffo. “Speak English?” mi domanda invece. Dall’ alto della mia impostazione accademica gli rispondo “Yes, I do”. “You do” ribatte lui e non per sorpresa, ma come sottile sberleffo alla mia risposta troppo corretta. Banale dire che della grammatica non se ne fa nulla lui. Mi parla della Nigeria (“adesso mi chiede i soldi” penso), mi parla del lavoro che svolgeva là e della sua sistemazione qua (“me li chiederà adesso i soldi” ripenso); capisco la metà, ma una parola risalta su tutte le altre: “beg”. Mi racconta la sua difficoltà a chiedere l’elemosina, a mendicare. L’ avevo capito, i soldi non me li ha chiesti! Mi chiede un lavoro invece. Un lavoro! Mi sento impotente. E insieme al lavoro capisco che mi sta chiedendo di riconoscere la sua dignità, di guardarlo come “la persona che era in Africa”. E’ ora di andare, ci salutiamo, sento però che manca un tassello: “what’s your name?”, “and yours?”. E’ la domanda magica: io non l’ho più guardato come l’ “ennesimo”, lui ha riacquistato un pezzo di consapevolezza di esistere.

Da un post di Marta P. su Facebook.

Le Olimpiadi a Torino 10 anni dopo

Passion Lives Here, le Olimpiadi a Torino dieci anni dopo“Passion still lives here” (la passione vive ancora qui), parafrasando lo slogan che aveva accompagnato le Olimpiadi a Torino 2006. Alla scoperta di una città radicalmente cambiata dall’incontro con il mondo.
Vanno in scena in questi giorni i festeggiamenti per il decennale delle Olimpiadi a Torino, ospitate dal capoluogo piemontese nel febbraio 2006. Ricordare è una necessità nata già mentre si ammainavano i drappi rossi “Passion lives here” (riapparsi in città per l’occasione) che avevano ricoperto i grandi viali e ci si rendeva conto della metamorfosi che questo evento aveva portato, non solo in termini di servizi e strutture, ma nell’anima più profonda della città: i torinesi. Gli stessi che fino ad allora si sentivano infastiditi dalla notorietà fagocitante delle altre città italiane, senza però aver mai avuto la capacità di valorizzare la propria e che guardavano i turisti in città quella loro tipica diffidenza di chi si sentiva quasi disturbato dalla loro presenza.

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Che cosa ho imparato da un asino

Asino e buePrima di Natale mi sono trovata ad impersonare uno dei personaggi di un presepe vivente. Arruolata un po’ all’ultimo, per defezione di chi avrebbe dovuto interpretare quel ruolo, mi è toccato in sorte … il ruolo dell’asino – nonostante le orecchie che usavo fossero associate, dai gruppi di ragazzine che via via passavano dal mio “luogo”, nella maggior parte dei casi d’istinto ad un coniglio (e ciò sarebbe da approfondire, ma merita un discorso a parte).

Data la mia disponibilità all’ultimo momento, ero impreparata, ma l’attenta organizzazione della serata in un battibaleno mi ha spiegato come si sarebbe svolto il tutto: dovevo, dal mio punto di vista di asino, raccontare il mio ruolo e la mia storia nel presepe, e poi, come Daniela, raccontare … raccontare qualche mia piccola esperienza di vita che ciò che l’esperienza dell’asino mi faceva venire in mente.

Panico. Perché ci sono momenti nella vita in cui hai poco da raccontare. O hai voglia di raccontare solo a persone fidate. Ecco, era, è uno di quei momenti.

Ma quando si è in ballo, si deve ballare.

La storia, beh, penso la conosciate: racconta di questo povero asino che, dopo aver percorso le strade dell’oriente con sulla schiena una donna in piena gravidanza, si ritrova all’interno della scena forse oggi più famosa al mondo. Lo sfondo non è quello lussureggiante di un albergo, una locanda, perché lì per loro, quei due arrivati in città per il censimento, posto non c’era.

Raccontare la storia, anche con un velo di umorismo, non è stato difficile. Più complicato era dare ad un buon numero di adolescenti ragione delle esperienze e di ciò che l’asino mi ricordava. E dato che ho fatto lo sforzo quella sera, posso fare quello di metterle per scritto.

L’asino come colui che porta, sostiene.

Ho detto a quelle ragazze che avevo davanti che, come quell’asino 2000 anni, ancora oggi ci sono persone che sanno prendere sulla loro schiena i nostri pesi. Gli ho raccontato le esperienze che io ho fatto in questi anni, di tutti gli “asini” che ho incontrato sulla mia strada, che mi hanno caricato sulla loro schiena senza chiedere mai nulla in cambio. Così mi è tornata in mente quella persona a cui, salutandola dolorante per un forte mal di schiena, mi è venuto spontaneo, scherzosamente dire: “Forse questa è la conseguenza del fatto che ti diamo troppi dei nostri pesi da portare … e la tua schiena è forte, ma forse abbiamo esagerato!“. Ma me se sono tornate in mente anche tante altre, che portano i nostri pesi senza chiedere un grazie di ritorno e mai stufarsi di farlo, anche se a volte le loro schiene possono risultare un po’ ruvide. Che condividono le nostre difficoltà, le nostre preoccupazioni, senza chiedere conto delle proprie.

L’asino è colui che porta, sostiene. Ma anche è capace di chiedere.

C’è una cosa che non sono capace a fare: chiedere una mano. Vuoi perché hai paura di disturbare, vuoi perché ti sembra di aver approfittato così tanto che pensi che il credito sia giustamente decisamente finito … vuoi perché l’orgoglio ti spinge a dover dimostrare di farcela, da sola.
Ho raccontato a questo gruppo di ragazzine delle volte in cui sono riuscita a vincere gli scrupoli e a chiedere aiuto. Di quanto questo mi abbia fatto bene, perché mi ha reso consapevole che, per essere, ho bisogno degli altri. Questa è la bellezza della reciprocità: che se ci si dà un giro, si può diventare a propria volta “asini” per gli altri, e permettere agli altri di esserlo per noi.

L’asino è colui che, dallo sfondo, riscalda.

Sì, guardatelo l’asino nel presepio. Sta lì, attorno a quella famiglia che altro posto in città non aveva trovato che una fredda mangiatoia e prova, per quanto gli è possibile, a riscaldare. E lo fa lontano dai flash, lontano dalla gloria.
Ho raccontato al gruppo di ragazzine di tante persone che stanno ai margini, lavorano, faticano, si prendono cura degli altri … e per notarli non basta guardare, bisogna saper osservare. Anche loro sono “asini”, somari della gloria ma pieni di ciò che più conta.

Quando riscalda, nel presepio l’asino non lo fa da solo. Lo fa insieme al bue. Che voglia dirci qualcosa? Che voglia ricordarci a volerci bene, a sostenerci … insieme? Che certo, i gesti che io posso fare sono importanti, ma solo insieme trovano la loro efficacia?

Quante cose questo umile, nascosto, dimenticato asino cerca di ricordarmi. E io, sarò capace di impararle?

 

Un equilibrista nella nebbia

Funambolo-tra-le-stelleQui al Nord questa è la stagione della nebbia.

L’altra sera dovevo andare in città. E c’era una grande nebbia. Di quelle che sono talmente dense che le si potrebbe tagliare e servirne una fetta. Ma siccome gran parte della strada che dovevo percorrere era illuminata, mi sono fatta coraggio, ho preso la macchina e sono uscita.

C’era un punto sul cavalcavia però – ma già lo sapevo – in cui avrei dovuto fare attenzione, perché lì l’illuminazione non c’è. Duecento, trecento metri dove sembra di essere inghiottiti nel nulla: davanti solo un ammasso di nebbia e tutto intorno il nero di una notte profonda.
E tu lì, da solo. Che tieni la destra rallentando per la paura di incontrare ostacoli e di diventarlo a tua volta, se non dai adeguati segni della tua presenza.

Raccontava una metafora di vita.
Quei momenti dove tutto intorno ti sembra nebbia, dove tutto ti sembra buio: l’incapacità  di aspettare, pazientare, di capire. La frustrazione per quelli che, incuranti del pericolo ti frecciano accanto, che sembrano “averene” più di te.
E tu invece lì,  ad arrancare. In una strada che ti sembra di conoscere a menadito, dove pensi di conoscerne tutti i segreti. Dove sai che li, affianco a te, c’è un guardareil. C’è, ma tu non lo puoi vedere. Ti devi fidare. Come quegli amici silenziosi, che a te potrebbe venire il dubbio ti stiano lasciando volontariamente “a bagno”. Ti devi fidare che ci sono, anche nei loro silenzi, non necessariamente voluti, ma che fanno parte di quella congiunzione che la Vita ti prepara per crescere.

Sei lì. Nel silenzio di un’attesa, navigando a vista.
E poi, metro dopo metro, incominci laggiù ad intravedere le prime luci dei lampioni, che non riportano la visibilità totale, fino a quando non rendono più nitidi i contorni delle cose, anche quelle più familiari.

Vi auguro di farla,  l’esperienza di passare in quei metri avvolti dalla nebbia. Perchè è ancora diversa dall’esperienza della notte. Nella notte la luce illumina. Nella nebbia la luce ricompone contorni e forme, ma lascia alla nostra volontà e alla nostra forza l’onere di dargli una sostanza, un valore, una destinazione. Di dargli vita. Come un equilibrista della nebbia.

Le borse della vicina

Aiutare gli altriStavo tornando a casa, in macchina. Superato il semaforo, svoltato a destra ho imboccato la strada dove abito. Metto la seconda, metto la terza, accellero. E con la coda dell’occhio, già da lontano, avevo intravisto la sagoma della mia anziana vicina del piano di sopra (che ha già avuto modo di essere presente in queste pagine), che portava una grossa busta in una mano – con dentro una bellissima pianta dai fiori rosa, l’ho vista dopo – e nell’altra aveva un sacchetto di dimensioni più ridotte, ma pur sempre ingombrante. Immagino fosse appena scesa dal bus e si stesse avviando con tutto quell’armamentario in mano verso casa.

A passo lento, faceva fatica a camminare, si vedeva senza bisogno della coda dell’occhio.

Era tardi, avevo fame. Ho rallentato per evitare alcune buche e poi per fare la curva che mi avrebbe portato sul rettilineo di casa. Ma è bastata una frazione di secondo per frenare, fare una piccola retromarcia e raggiungerla. Ho abbassato il finestrino e le ho detto: “Le posso dare uno strappo? E’ vero che sono ormai pochi metri, ma vedo che ha delle borse pesanti ed ingombranti. E tanto andiamo dalla stessa parte!“.
Stupita, mi ha sorriso e ha accettato di buon grado il passaggio. Le ho preso la borsa e gliel’ho sistemata con cura sul sedile, mentre le si sedeva vicino a me.

Siamo arrivate al cancello, sono scesa ad aprirlo, siamo arrivate in cortile e siccome loro hanno il primo posto auto e noi l’ultimo mi sono permessa di farle una battuta: “Oggi le faccio fare un’esperienza diversa: venire fin quaggiù”. Se fosse stata una comunicazione digitale avrei potuto fare una faccina, così 😀

Siamo scese, ho recuperato la mia borsa, ho preso la sua e ci siamo avviate verso il portone. “E’ già la seconda volta che mi dà una mano, lei è proprio un angelo“. Mi sono schernita: “Ma si figuri, ho visto che era un po’ in difficoltà e mi è sembrato normale darle una mano“. “Si, ma sa, non è mica scontato. Dovremmo tutti aiutarci di più, essere presenti per gli altri … ed invece viviamo in un mondo indifferente. E sa di chi è la colpa? La colpa è della mia generazione“. Sono seguiti complimenti all’educazione che ho ricevuto – e che giro a mamma e papà.

Io sto vivendo un periodo della mia vita non semplice ma … sono entrata in casa con la consapevolezza che ho qualcosa da dare. Con la consapevolezza che tutti abbiamo qualcosa da dare. Con la consapevolezza che basta a volte poco: per cambiare un po’ in meglio il mondo e la propria giornata.

Come fossi un modellino

ModellinoStamattina sul pullman mi è caduto distrattamente l’occhio su una ragazza che seduta vicino all’obliteratrice, la mia meta di quel momento, armeggiava con un modellino di plastica. Un passatempo davvero insolito, considerando che la posa comune ormai è quella di due occhi chinati sul proprio smartphone – e io non faccio differenza, in questo, approfittando di questi tempi vuoti per leggere un po’ di cose utili per il mio aggiornamento professionale day-by-day.

Mi ha incuriosito. Ho immaginato fosse una studente di Architettura e quel plastico fosse il frutto di un duro lavoro fatto non solo di ore ed ore di fatica, ma magari anche di qualche ora in bianco.

Ma la mia attenzione era però tutta per quel modellino e quel pezzo di carta vetrata dal fondo rosso che utilizzava per raffinare le curve del modellino bianco che teneva in mano, cercando di prevenire gli scossoni e gli strappi delle frenate del bus.

Mi ha colpito la delicatezza con cui curava alcune curve e allo stesso tempo la ruvidezza con cui smussava alcuni angoli, probabilmente non venuti in prima battuta come ci si sarebbe aspettati. Uno sguardo più attento poi rivelava quà e là alcune imperfezioni, qualche pezzo di scotch. Eppure lei continuava, imperterrita, a curare e raffinare quel suo lavoro.

Ho immaginato di essere io quel modellino. Con i miei angoli oscuri, i pezzi di scotch che tengono insieme le mie mancanze, le mancanze di coraggio … tutto quello che di sbagliato posso vedere nella mia vita. Ma anche con quei pezzi curati, definiti, rifiniti.
E ho immaginato qualcuno, non necessariamente sempre e solo in una dimensione trascendente, che si prende di cura del suo modellino: me.  Con forza e con ruvidezza, a volte. Con un’attenzione delicata altre, per smussare angoli ancora troppo ruvidi. E lo fa anche e nonostante lo scotch. E tutto ciò che esso copre o cerca di nascondere.

La signora delle calze del mercato

Mercato

Avevo bisogno di un paio di collant. Arrivo al mercato alle 9,30, che è già un buon orario. Lo faccio tutto, avanti e indietro, ma niente, nessun banco vende collant. Eppure so che dovrebbe venderle il banco di una signora molto anziana, un po’ ricurva, è uno dei banchi fissi di questo mercato. L’ho vista a volte arrivare tirando con estrema lentezza il carrellino con tutta la sua merce sopra e mi ha fatto tanta tenerezza. Guardo e riguardo ma proprio oggi non la vedo. Poi mi giro e con la coda dell’occhio la vedo arrivare. Solo che ci vorrà un po’ prima che il banco sia montato. Allora vado a prendermi un posto nella biblioteca che sta lì accanto, con l’idea di ripassare a comprare le calze più tardi, nella pausa pranzo.

Passando davanti al suo banco, la prima volta, avevo visto un cartello scritto a mano e lasciato lì, sopra la sua merce:

Fatevi i fatti vostri, vivrete meglio.

La prima volta questa frase mi è suonata sprezzante. Il mercato è quel luogo delle chiacchiere, dell’incontro con la gente e sì, dei fatti degli altri: quelli che parlano tra di loro aspettando il loro turno, dei mercantali che si parlano da un banco all’altro, o anche della gente che percorre quello stretto corridoio con il cellulare all’orecchio intento in una conversazione. Questo mi piace del mercato: l’umanità.

Forse per questo motivo quel cartello mi ha spiazzato e, involontariamente, mi ha sempre fatto guardare quella signora con un occhio di chi la sa più lunga, anche se tante volte, passando davanti a quel cartello, mi è venuto spontaneo chiedermi che cosa, nella vita, l’avesse spinta a pensare quello. Così ho però finito per evitare accuratamente di dover comprare quel banco. Fino ad oggi, quando se volevo comprare i miei collant lì non avevo altra soluzione. E’ ormai ora di pranzo e, tirato fuori il mio panino, mi metto come al solito a girellare tra le bancarelle. Mi avvicino al suo banco e incomincio a rovistare nelle pile di buste di collant alla ricerca di quello che faceva per me. Volevo sbrigarmela in fretta: scegli, paga e prendi. Poi eccomi di fronte al solito dilemma: taglia M o taglia L? Ho girato la confezione che avevo in mano per guardare il bugiardino. Uhm … sono abbastanza border-line.
Nel mentre che il mio cervello si arrovellava alla ricerca di una risposta, la signora, sempre ricurva, era intenta ad incominciare a radunare le cose perché da lì a poco avrebbe, immagino, sgomberato il campo.

Ha alzato gli occhi, mi ha guardata e mi ha chiesto: “Signorina, le serve aiuto?”. Ecco, quattro semplici parole che hanno rotto la mia diffidenza. Le ho fatto un sorriso e le ho detto: “Sono un po’ indecisa sulla taglia, cosa le sembra, visto che sono piuttosto alta, che sia meglio la L”?. “Oh guardi, secondo me proprio sì.  Sa, rischia che magari si piega e … patatrac!”. L’ho ringraziata per il consiglio, ma ormai la cosa più importante era fatta: ero riuscita ad andare oltre la mia diffidenza. Così abbiamo attaccato un discorso sul colore dei collant, mi ha chiesto per cosa mi servivano, io le ho detto che l’avrei usate con un vestito di colore chiaro e che quindi forse le avrei prese il più possibili chiare anche loro, mi ha spiegato la differenza dei denari. Da donna conosco molto bene ovviamente, la differenza dei denari ma le ho lasciato credere che io avessi bisogno di quella spiegazione.

Ne avevo bisogno, come andidoto ai miei pregiudizi. Per provare un po’ a distruggerli. Come quelli che posso avere nei confronti anche di altre persone.

Dentro gli occhi della gente

1995-2015.

Dentro gli occhi della gente
che si guarda nei metrò
nell’urgenza del presente
tra i miraggi e negli spot.

La mia terra chiede amore
anche quando non sa
oltre i muri e le barriere
tutto quello che non va.

“Giovani al servizio della vita e costruttori di pace. A poche centinaia di chilometri da qui, sull’altra sponda del Mare Adriatico, ogni giorno si continua a morire per le strade e nelle piazze, oltre che sui campi di battaglia. Muoiono donne e vecchi, mentre fanno la fila per un po’ d’acqua o di pane. Muoiono bambini, raggiunti dal piombo omicida nel mezzo dei loro giochi innocenti.

Quanti vostri coetanei tra le vittime di tale tragedia! Quante vite spezzate! Si parla continuamente di pace, ma non si smette di fare la guerra. La vecchia Europa ben conosce questa realtà disumana. La generazione alla quale appartengo era giovane durante la seconda guerra mondiale, della cui fine abbiamo da poco commemorato il 50 anniversario. La mia generazione, giovane di settantacinque anni. Ma anche la vostra generazione conosce il dramma di interminabili conflitti.

Cari giovani, respingete le ideologie ottuse e violente; tenetevi lontani da ogni forma di nazionalismo esasperato e di intolleranza. A voi è affidata “la missione di aprire nuove vie di fratellanza tra i popoli, per costruire un’unica famiglia umana, approfondendo la legge della reciprocità del dare e del ricevere, del dono di sé e dell’accoglienza dell’altro” [Giovanni Paolo II].

EurHope: Europa-speranza. Come suonano profetiche, oggi come allora, queste parole.

Aylan

Dietro la foto di Aylan, ancora una volta noi

AylanHo letto tanto in questi giorni riguardo alla questione della foto del piccolo bimbo siriano, riguardo all’opportunità o meno di pubblicare la foto, cruda, del bambino siriano adagiato sulle coste della Turchia e coccolato, per l’ultima volta, dalle onde calme di quel mare che ha interrotto bruscamente il viaggio verso le coste europee e sopratutto la sua piccola vita.

Ho letto perché, prima di provare nel mio piccolo a dire qualcosa, mi piace provare ad ascoltare e capire.
Le scuole di pensiero sono molto diverse: c’è chi ha deciso di pubblicarla per mettere in evidenza la crudeltà e l’incancellabile evidenza, che tante volte fingiamo di non vedere e con cui non vogliamo fare i conti; c’è chi invece ha deciso di censurare e se l’è un po’ presa con i primi, sostenendo che pubblicare questa foto serva soltanto per pulirsi per un attimo la coscienza, ad un attivismo da tastiera, tra un selfie delle proprie vacanze e l’altro.

Credo, e provo a dirlo con gli occhi di chi sta studiando comunicazione, che siano e debbano essere ritenute entrambe scelte rispettabili. Credo, cioè, che dovremmo pian piano incominciare a recuperare la capacità di accettare l’idea di essere esseri complessi e come tali riuscire quindi a tenere intelletualmente insieme cose e convinzioni che paiono diametralmente diverse come può essere il codice deontologico del giornalista o del comunicatore con la scelta di mettere in prima pagina quella che, penso nessuno lo possa negare, sia diventata un’icona che riassuma un dramma. Ognuno di noi ricorderà la fotografia della bambina vietnamita con le braccia alzate. Ecco, come quella anche questa diventerà un’immagine emblematica da libro di storia. Perché è questo che a mio modo di vedere rappresenta quella foto: un’icona di una questione tremendamente molto più complessa e complicata che è improvvisamente scoppiata nelle mani dei governi europei, che pure non potevano non aver colto le avvisaglie dei decenni di viaggi della speranza attraverso il Mediterraneo.

La scuola di pensiero della censura ritiene che non bisogna speculare sul dolore e sulle vittime, a maggior ragione se bambini. E’ vero, un’immagine del genere passa nelle nostre timeline su Facebook o davanti agli occhi al bar mentre leggiamo il giornale in mezzo ad un bombardamento di tante altre cose oltremodo futili e rischia di diventare routine, banalizzata. E’ vero, condividere su Facebook o retweetare una foto su Twitter è un’azione assolutamente comoda, rapida ed indolore, per certi versi, per pulire la propria coscienza.

Ma, c’è un ma. Sappiamo e conosciamo questa enorme tragedia, ma viviamo in una società dove, immersi in un bombardamento informativo senza precedenti sono le immagini che attirano l’attenzione. Tanto vero che in tutti i corsi di Social Media Marketing che ho frequentato la parola d’ordine è: puntare sull’aspetto visuale delle immagini. Perché è l’immagine che interrompe il flusso ininterrotto di parole. Non è infatti vero che oggi tutto quello che non è selfato, fotografato e sopratutto mostrato ed ostentato, semplicemente non c’è? E se poi la fotografia mostra la morte, per di più di un bambino, è il nostro innato spirito di conservazione e protezione che viene toccato. E allora, forse, “vediamo” e non riusciamo ancora una volta a voltarci di fronte a questo dramma, e comprendere, attraverso la storia di Aylan tutte le altre che abbiamo fino ad ora ignorato e che la sua racchiude drammaticamente.  Sono convinta di ciò: abbiamo bisogno di vedere per tornare a contatto con la cruda realtà, anche per quel misero secondo in cui l’immagine ci scorre davanti agli occhi. Pena il rischio di anestetizzare il nostro cuore e la nostra mente davanti a ciò che succede per davvero, attorno a noi.

Io personalmente ho deciso che non avrei condiviso questa foto sul mio profilo Facebook, l’avevano già fatto praticamente tutti e mi sembrava non avrebbe aggiunto nulla. Ma il mio cuore non può fare a meno di sussultare ogni volta che appare nella mia timeline, in questi ultimi giorni anche in versioni più poetiche ed ancora più evocative. E’ una fitta che mi fa male, un male tremendo perché mi sento impotente.
C’è una frase di una canzone di Jovanotti che in questo periodo mi risuona spesso in testa, leggendo queste polemiche: “Ma l’unico pericolo che sento veramente è quello di non riuscire più a sentire niente“. Andatevela a risentire, questa canzone. Il pericolo dell’indifferenza, delle immagini che mi passano davanti senza suscitarmi più indignazione, rabbia, dolore, sgomento, angoscia. Quest’estate, accarezzando il mare in cui io cercavo riposo e che per altri è invece l’unica agognata via di fuga, c’era una domanda che, senza risposta, in modo martellante si faceva spazio dentro alla mia testa: “Per quale merito, io sono nata da questa parte del mare? Per quale coincidenza il mare per me è sintomo di spenseriatezza e per altri rappresenta la tomba azzurra?”.

Tornando alla querelle pubblicare la foto sì, pubblicare la foto no, quello che mi sembra emerga in entrambe le parti sia il non renderci conto, ancora una volta, che mettendo la nostra attenzione su questo aspetto continuamo ad ergerci noi al centro dell’attenzione e del discorso. Noi che giudichiamo, chi ha fatto bene e chi ha fatto male. Ognuno ha la sua sensibilità, il suo modo di sentire le cose. Io, ad esempio, pur non essendo in questo caso contro la pubblicazione di queste foto, lo sono stata nei confronti del video del giornalista americano che ha ucciso due colleghi e lo sono per le immagini delle uccisioni dell’ISIS. Perché per me, quelle immagini che mostrano come uomini e donne muoiono, portano in campo aspetti semantici, se così posso dire, diversi.

Noi siamo qui che ci accusiamo a vicenda di aver pubblicato o non aver pubblicato e ci guardiamo il dito; ed intanto dalla Libia, dalla Siria o chissà ancora da dove un altro barcone, con tanti Aylan sopra, è già partito.

Certo, il rischio di anestitizzarci davanti al dolore, alla sofferenza, all’ingiustizia è qui, ben presente. Ma il problema io non credo che sia una foto che passa veloce nella nostra timeline di Facebook. Il problema è che stiamo mettendo l’accento su una foto e l’opportunità di pubblicarla o meno trascurando colpevolmente di parlare di ciò che quella foto rappresenta e del dramma di cui quella foto diventerà tristemente un simbolo, come tante prima di lei nella storia.
Vorrei e spero che questa foto diventasse piuttosto il motivo per discutere e per interrogarci nel profondo di quello che riguarda le questioni dei flussi dell’immigrazione e di ciò che ne è, ancor prima, causa. Che diventasse, come potrebbe dirci un semiotico, il significante che ci riporta ad un significato molto più profondo.
Aylan non è morto invano se qualcuno si mette una mano sulla coscienza, se prendiamo consapevolezza del terribile ruolo che l’Europa (o, a seconda, non) ha nelle guerre che falcidiano l’area araba e non solo. Non sarà morto invano fino, dopo aver adeguatamente pensato ora ad accogliere e farsi carico di chi da quelle terre scappa, non si troverà una soluzione, anche alla radice del problema.

La foto di Aylan appartiene alla storia. La sua, personale, del sogno della sua famiglia di andare in Canada, ma anche quella di ognuno di noi.
Per me questa foto rappresenta però anche uno specchio davanti a cui vedere la mia indifferenza quotidiana verso il mio prossimo. Quello che mi passa accanto ogni giorno. Ecco, Aylan non sarà morto invano ogni volta che la sua foto sarà per me il deterrente alle mie, piccole, guerre personali, quelle di tutti i giorni.
Io non posso fermare le guerre, non ho facoltà di decisione sulla sorte di chi attraversa il mare in cerca di una nuova, flebile speranza di vita. E’ colpa degli Stati Uniti, di chi vende le armi. Non penso sia un grande scoop. Ma poi io, concretamente, in tutto ciò che ruolo attivo posso davvero avere? Posso forse andare da Obama e dirgli: “senti un po’, basta vendere armi, ok?”. Forse no.

Forse vederci sbattuta davanti la foto di Aylan ci disturba non solo per l’ingiustizia, l’orrore e il dolore che ci racconta. Ma perché inconsciamente, a noi che dobbiamo sopportare la frustrazione di non avere il necessario potere di influenzare chi prende le decisioni politiche, quella foto chiede di cambiare e di prendere decisamente la strada della fraternità quotidiana, l’unica che possiamo percorrere concretamente per provare a cambiare davvero qualcosa. E quella foto sta lì, implacabile, a ricordarcelo.  A ricordarci che non possiamo lasciare ad altri il compito di costruire un mondo un po’ migliore. E allora, riguardiamocela ogni giorno, questa foto. Perché a dimenticare si fa molto in fretta.

La foto di Aylan forse qualcuno ha smosso, più di quanto abbiano fatto tante parole pronunciate negli ultimi tempi.  Ma in quella foto c’è Aylan, c’è una storia, c’è un popolo. Ed è a lui, al suo fratello e alla sua mamma, a suo padre rimasto in vita, a quanti sono morti con lui nella traversata e di cui non abbiamo una fotografia, a chi chiede una mano per avere una vita diversa e migliore che dobbiamo che il dolore e lo sgomento che il suo viso adagiato per sempre sulla battigia di una spiaggia diventi una molla: per non girarci più dall’altra parte ed essere, invece, parte del cambiamento di questa storia.

Non siamo solo italiani, francesi, tedeschi, siriani…siamo tutti cittadini di questo stesso mondo e abbiamo tutti lo stesso desiderio di felicità: è arrivato il momento di smettere di chiederci se sia giusto o sbagliato salvare e aiutare questa gente, ma di discutere solo di come farlo, e se potranno esserci dei rischi anche per noi beh…credo valga la pena correrli. [1].

“Perché l’unico pericolo che sento veramente, è quello di non riuscire più a sentire niente”.