Come fossi un modellino

ModellinoStamattina sul pullman mi è caduto distrattamente l’occhio su una ragazza che seduta vicino all’obliteratrice, la mia meta di quel momento, armeggiava con un modellino di plastica. Un passatempo davvero insolito, considerando che la posa comune ormai è quella di due occhi chinati sul proprio smartphone – e io non faccio differenza, in questo, approfittando di questi tempi vuoti per leggere un po’ di cose utili per il mio aggiornamento professionale day-by-day.

Mi ha incuriosito. Ho immaginato fosse una studente di Architettura e quel plastico fosse il frutto di un duro lavoro fatto non solo di ore ed ore di fatica, ma magari anche di qualche ora in bianco.

Ma la mia attenzione era però tutta per quel modellino e quel pezzo di carta vetrata dal fondo rosso che utilizzava per raffinare le curve del modellino bianco che teneva in mano, cercando di prevenire gli scossoni e gli strappi delle frenate del bus.

Mi ha colpito la delicatezza con cui curava alcune curve e allo stesso tempo la ruvidezza con cui smussava alcuni angoli, probabilmente non venuti in prima battuta come ci si sarebbe aspettati. Uno sguardo più attento poi rivelava quà e là alcune imperfezioni, qualche pezzo di scotch. Eppure lei continuava, imperterrita, a curare e raffinare quel suo lavoro.

Ho immaginato di essere io quel modellino. Con i miei angoli oscuri, i pezzi di scotch che tengono insieme le mie mancanze, le mancanze di coraggio … tutto quello che di sbagliato posso vedere nella mia vita. Ma anche con quei pezzi curati, definiti, rifiniti.
E ho immaginato qualcuno, non necessariamente sempre e solo in una dimensione trascendente, che si prende di cura del suo modellino: me.  Con forza e con ruvidezza, a volte. Con un’attenzione delicata altre, per smussare angoli ancora troppo ruvidi. E lo fa anche e nonostante lo scotch. E tutto ciò che esso copre o cerca di nascondere.

La signora delle calze del mercato

Mercato

Avevo bisogno di un paio di collant. Arrivo al mercato alle 9,30, che è già un buon orario. Lo faccio tutto, avanti e indietro, ma niente, nessun banco vende collant. Eppure so che dovrebbe venderle il banco di una signora molto anziana, un po’ ricurva, è uno dei banchi fissi di questo mercato. L’ho vista a volte arrivare tirando con estrema lentezza il carrellino con tutta la sua merce sopra e mi ha fatto tanta tenerezza. Guardo e riguardo ma proprio oggi non la vedo. Poi mi giro e con la coda dell’occhio la vedo arrivare. Solo che ci vorrà un po’ prima che il banco sia montato. Allora vado a prendermi un posto nella biblioteca che sta lì accanto, con l’idea di ripassare a comprare le calze più tardi, nella pausa pranzo.

Passando davanti al suo banco, la prima volta, avevo visto un cartello scritto a mano e lasciato lì, sopra la sua merce:

Fatevi i fatti vostri, vivrete meglio.

La prima volta questa frase mi è suonata sprezzante. Il mercato è quel luogo delle chiacchiere, dell’incontro con la gente e sì, dei fatti degli altri: quelli che parlano tra di loro aspettando il loro turno, dei mercantali che si parlano da un banco all’altro, o anche della gente che percorre quello stretto corridoio con il cellulare all’orecchio intento in una conversazione. Questo mi piace del mercato: l’umanità.

Forse per questo motivo quel cartello mi ha spiazzato e, involontariamente, mi ha sempre fatto guardare quella signora con un occhio di chi la sa più lunga, anche se tante volte, passando davanti a quel cartello, mi è venuto spontaneo chiedermi che cosa, nella vita, l’avesse spinta a pensare quello. Così ho però finito per evitare accuratamente di dover comprare quel banco. Fino ad oggi, quando se volevo comprare i miei collant lì non avevo altra soluzione. E’ ormai ora di pranzo e, tirato fuori il mio panino, mi metto come al solito a girellare tra le bancarelle. Mi avvicino al suo banco e incomincio a rovistare nelle pile di buste di collant alla ricerca di quello che faceva per me. Volevo sbrigarmela in fretta: scegli, paga e prendi. Poi eccomi di fronte al solito dilemma: taglia M o taglia L? Ho girato la confezione che avevo in mano per guardare il bugiardino. Uhm … sono abbastanza border-line.
Nel mentre che il mio cervello si arrovellava alla ricerca di una risposta, la signora, sempre ricurva, era intenta ad incominciare a radunare le cose perché da lì a poco avrebbe, immagino, sgomberato il campo.

Ha alzato gli occhi, mi ha guardata e mi ha chiesto: “Signorina, le serve aiuto?”. Ecco, quattro semplici parole che hanno rotto la mia diffidenza. Le ho fatto un sorriso e le ho detto: “Sono un po’ indecisa sulla taglia, cosa le sembra, visto che sono piuttosto alta, che sia meglio la L”?. “Oh guardi, secondo me proprio sì.  Sa, rischia che magari si piega e … patatrac!”. L’ho ringraziata per il consiglio, ma ormai la cosa più importante era fatta: ero riuscita ad andare oltre la mia diffidenza. Così abbiamo attaccato un discorso sul colore dei collant, mi ha chiesto per cosa mi servivano, io le ho detto che l’avrei usate con un vestito di colore chiaro e che quindi forse le avrei prese il più possibili chiare anche loro, mi ha spiegato la differenza dei denari. Da donna conosco molto bene ovviamente, la differenza dei denari ma le ho lasciato credere che io avessi bisogno di quella spiegazione.

Ne avevo bisogno, come andidoto ai miei pregiudizi. Per provare un po’ a distruggerli. Come quelli che posso avere nei confronti anche di altre persone.

Dentro gli occhi della gente

1995-2015.

Dentro gli occhi della gente
che si guarda nei metrò
nell’urgenza del presente
tra i miraggi e negli spot.

La mia terra chiede amore
anche quando non sa
oltre i muri e le barriere
tutto quello che non va.

“Giovani al servizio della vita e costruttori di pace. A poche centinaia di chilometri da qui, sull’altra sponda del Mare Adriatico, ogni giorno si continua a morire per le strade e nelle piazze, oltre che sui campi di battaglia. Muoiono donne e vecchi, mentre fanno la fila per un po’ d’acqua o di pane. Muoiono bambini, raggiunti dal piombo omicida nel mezzo dei loro giochi innocenti.

Quanti vostri coetanei tra le vittime di tale tragedia! Quante vite spezzate! Si parla continuamente di pace, ma non si smette di fare la guerra. La vecchia Europa ben conosce questa realtà disumana. La generazione alla quale appartengo era giovane durante la seconda guerra mondiale, della cui fine abbiamo da poco commemorato il 50 anniversario. La mia generazione, giovane di settantacinque anni. Ma anche la vostra generazione conosce il dramma di interminabili conflitti.

Cari giovani, respingete le ideologie ottuse e violente; tenetevi lontani da ogni forma di nazionalismo esasperato e di intolleranza. A voi è affidata “la missione di aprire nuove vie di fratellanza tra i popoli, per costruire un’unica famiglia umana, approfondendo la legge della reciprocità del dare e del ricevere, del dono di sé e dell’accoglienza dell’altro” [Giovanni Paolo II].

EurHope: Europa-speranza. Come suonano profetiche, oggi come allora, queste parole.

Aylan

Dietro la foto di Aylan, ancora una volta noi

AylanHo letto tanto in questi giorni riguardo alla questione della foto del piccolo bimbo siriano, riguardo all’opportunità o meno di pubblicare la foto, cruda, del bambino siriano adagiato sulle coste della Turchia e coccolato, per l’ultima volta, dalle onde calme di quel mare che ha interrotto bruscamente il viaggio verso le coste europee e sopratutto la sua piccola vita.

Ho letto perché, prima di provare nel mio piccolo a dire qualcosa, mi piace provare ad ascoltare e capire.
Le scuole di pensiero sono molto diverse: c’è chi ha deciso di pubblicarla per mettere in evidenza la crudeltà e l’incancellabile evidenza, che tante volte fingiamo di non vedere e con cui non vogliamo fare i conti; c’è chi invece ha deciso di censurare e se l’è un po’ presa con i primi, sostenendo che pubblicare questa foto serva soltanto per pulirsi per un attimo la coscienza, ad un attivismo da tastiera, tra un selfie delle proprie vacanze e l’altro.

Credo, e provo a dirlo con gli occhi di chi sta studiando comunicazione, che siano e debbano essere ritenute entrambe scelte rispettabili. Credo, cioè, che dovremmo pian piano incominciare a recuperare la capacità di accettare l’idea di essere esseri complessi e come tali riuscire quindi a tenere intelletualmente insieme cose e convinzioni che paiono diametralmente diverse come può essere il codice deontologico del giornalista o del comunicatore con la scelta di mettere in prima pagina quella che, penso nessuno lo possa negare, sia diventata un’icona che riassuma un dramma. Ognuno di noi ricorderà la fotografia della bambina vietnamita con le braccia alzate. Ecco, come quella anche questa diventerà un’immagine emblematica da libro di storia. Perché è questo che a mio modo di vedere rappresenta quella foto: un’icona di una questione tremendamente molto più complessa e complicata che è improvvisamente scoppiata nelle mani dei governi europei, che pure non potevano non aver colto le avvisaglie dei decenni di viaggi della speranza attraverso il Mediterraneo.

La scuola di pensiero della censura ritiene che non bisogna speculare sul dolore e sulle vittime, a maggior ragione se bambini. E’ vero, un’immagine del genere passa nelle nostre timeline su Facebook o davanti agli occhi al bar mentre leggiamo il giornale in mezzo ad un bombardamento di tante altre cose oltremodo futili e rischia di diventare routine, banalizzata. E’ vero, condividere su Facebook o retweetare una foto su Twitter è un’azione assolutamente comoda, rapida ed indolore, per certi versi, per pulire la propria coscienza.

Ma, c’è un ma. Sappiamo e conosciamo questa enorme tragedia, ma viviamo in una società dove, immersi in un bombardamento informativo senza precedenti sono le immagini che attirano l’attenzione. Tanto vero che in tutti i corsi di Social Media Marketing che ho frequentato la parola d’ordine è: puntare sull’aspetto visuale delle immagini. Perché è l’immagine che interrompe il flusso ininterrotto di parole. Non è infatti vero che oggi tutto quello che non è selfato, fotografato e sopratutto mostrato ed ostentato, semplicemente non c’è? E se poi la fotografia mostra la morte, per di più di un bambino, è il nostro innato spirito di conservazione e protezione che viene toccato. E allora, forse, “vediamo” e non riusciamo ancora una volta a voltarci di fronte a questo dramma, e comprendere, attraverso la storia di Aylan tutte le altre che abbiamo fino ad ora ignorato e che la sua racchiude drammaticamente.  Sono convinta di ciò: abbiamo bisogno di vedere per tornare a contatto con la cruda realtà, anche per quel misero secondo in cui l’immagine ci scorre davanti agli occhi. Pena il rischio di anestetizzare il nostro cuore e la nostra mente davanti a ciò che succede per davvero, attorno a noi.

Io personalmente ho deciso che non avrei condiviso questa foto sul mio profilo Facebook, l’avevano già fatto praticamente tutti e mi sembrava non avrebbe aggiunto nulla. Ma il mio cuore non può fare a meno di sussultare ogni volta che appare nella mia timeline, in questi ultimi giorni anche in versioni più poetiche ed ancora più evocative. E’ una fitta che mi fa male, un male tremendo perché mi sento impotente.
C’è una frase di una canzone di Jovanotti che in questo periodo mi risuona spesso in testa, leggendo queste polemiche: “Ma l’unico pericolo che sento veramente è quello di non riuscire più a sentire niente“. Andatevela a risentire, questa canzone. Il pericolo dell’indifferenza, delle immagini che mi passano davanti senza suscitarmi più indignazione, rabbia, dolore, sgomento, angoscia. Quest’estate, accarezzando il mare in cui io cercavo riposo e che per altri è invece l’unica agognata via di fuga, c’era una domanda che, senza risposta, in modo martellante si faceva spazio dentro alla mia testa: “Per quale merito, io sono nata da questa parte del mare? Per quale coincidenza il mare per me è sintomo di spenseriatezza e per altri rappresenta la tomba azzurra?”.

Tornando alla querelle pubblicare la foto sì, pubblicare la foto no, quello che mi sembra emerga in entrambe le parti sia il non renderci conto, ancora una volta, che mettendo la nostra attenzione su questo aspetto continuamo ad ergerci noi al centro dell’attenzione e del discorso. Noi che giudichiamo, chi ha fatto bene e chi ha fatto male. Ognuno ha la sua sensibilità, il suo modo di sentire le cose. Io, ad esempio, pur non essendo in questo caso contro la pubblicazione di queste foto, lo sono stata nei confronti del video del giornalista americano che ha ucciso due colleghi e lo sono per le immagini delle uccisioni dell’ISIS. Perché per me, quelle immagini che mostrano come uomini e donne muoiono, portano in campo aspetti semantici, se così posso dire, diversi.

Noi siamo qui che ci accusiamo a vicenda di aver pubblicato o non aver pubblicato e ci guardiamo il dito; ed intanto dalla Libia, dalla Siria o chissà ancora da dove un altro barcone, con tanti Aylan sopra, è già partito.

Certo, il rischio di anestitizzarci davanti al dolore, alla sofferenza, all’ingiustizia è qui, ben presente. Ma il problema io non credo che sia una foto che passa veloce nella nostra timeline di Facebook. Il problema è che stiamo mettendo l’accento su una foto e l’opportunità di pubblicarla o meno trascurando colpevolmente di parlare di ciò che quella foto rappresenta e del dramma di cui quella foto diventerà tristemente un simbolo, come tante prima di lei nella storia.
Vorrei e spero che questa foto diventasse piuttosto il motivo per discutere e per interrogarci nel profondo di quello che riguarda le questioni dei flussi dell’immigrazione e di ciò che ne è, ancor prima, causa. Che diventasse, come potrebbe dirci un semiotico, il significante che ci riporta ad un significato molto più profondo.
Aylan non è morto invano se qualcuno si mette una mano sulla coscienza, se prendiamo consapevolezza del terribile ruolo che l’Europa (o, a seconda, non) ha nelle guerre che falcidiano l’area araba e non solo. Non sarà morto invano fino, dopo aver adeguatamente pensato ora ad accogliere e farsi carico di chi da quelle terre scappa, non si troverà una soluzione, anche alla radice del problema.

La foto di Aylan appartiene alla storia. La sua, personale, del sogno della sua famiglia di andare in Canada, ma anche quella di ognuno di noi.
Per me questa foto rappresenta però anche uno specchio davanti a cui vedere la mia indifferenza quotidiana verso il mio prossimo. Quello che mi passa accanto ogni giorno. Ecco, Aylan non sarà morto invano ogni volta che la sua foto sarà per me il deterrente alle mie, piccole, guerre personali, quelle di tutti i giorni.
Io non posso fermare le guerre, non ho facoltà di decisione sulla sorte di chi attraversa il mare in cerca di una nuova, flebile speranza di vita. E’ colpa degli Stati Uniti, di chi vende le armi. Non penso sia un grande scoop. Ma poi io, concretamente, in tutto ciò che ruolo attivo posso davvero avere? Posso forse andare da Obama e dirgli: “senti un po’, basta vendere armi, ok?”. Forse no.

Forse vederci sbattuta davanti la foto di Aylan ci disturba non solo per l’ingiustizia, l’orrore e il dolore che ci racconta. Ma perché inconsciamente, a noi che dobbiamo sopportare la frustrazione di non avere il necessario potere di influenzare chi prende le decisioni politiche, quella foto chiede di cambiare e di prendere decisamente la strada della fraternità quotidiana, l’unica che possiamo percorrere concretamente per provare a cambiare davvero qualcosa. E quella foto sta lì, implacabile, a ricordarcelo.  A ricordarci che non possiamo lasciare ad altri il compito di costruire un mondo un po’ migliore. E allora, riguardiamocela ogni giorno, questa foto. Perché a dimenticare si fa molto in fretta.

La foto di Aylan forse qualcuno ha smosso, più di quanto abbiano fatto tante parole pronunciate negli ultimi tempi.  Ma in quella foto c’è Aylan, c’è una storia, c’è un popolo. Ed è a lui, al suo fratello e alla sua mamma, a suo padre rimasto in vita, a quanti sono morti con lui nella traversata e di cui non abbiamo una fotografia, a chi chiede una mano per avere una vita diversa e migliore che dobbiamo che il dolore e lo sgomento che il suo viso adagiato per sempre sulla battigia di una spiaggia diventi una molla: per non girarci più dall’altra parte ed essere, invece, parte del cambiamento di questa storia.

Non siamo solo italiani, francesi, tedeschi, siriani…siamo tutti cittadini di questo stesso mondo e abbiamo tutti lo stesso desiderio di felicità: è arrivato il momento di smettere di chiederci se sia giusto o sbagliato salvare e aiutare questa gente, ma di discutere solo di come farlo, e se potranno esserci dei rischi anche per noi beh…credo valga la pena correrli. [1].

“Perché l’unico pericolo che sento veramente, è quello di non riuscire più a sentire niente”.

Incrociando la vicina sull’autobus

wpid-CAM00194.jpgUn annetto fa abbiamo cambiato i “vicini di sopra”, noi li chiamiamo così. Quelli che c’erano prima, marito e moglie, erano silenziosissimi, tanto che a volte ci chiedevamo se davvero ci fossero, se stessero ogni tanto a casa, se stessero bene. Sarà che noi ci facciamo sempre sentire quando ci siamo, ma siccome in tanti anni mai sentito un loro litigio, a volte qualche interrogativo devo ammettere ci veniva che fosse tutto normale.

Poi loro hanno cambiato casa e sono arrivati due signori anziani. Ecco, loro invece li sentiamo. Alla mattina alle 6 quando la signora cerca le ciabatte, quando si arrabbia con il marito “Sergioooooooo, dov’è ….?”. Si, loro li sentiamo. Anche il weekend. Soprattutto il weekend quando alla mattina presto cade per terra qualsiasi cosa.

Sono quei tipici piemontesi super riservati, quelli con cui ci si scambia poche battute se ci si incrocia sull’ascensore, quelli a cui si da del lei anche se ci si vede quindici volte al giorno. Quelli che se tu li sostituisci nel turno di portare fuori dal cancello i bidoni che passeranno a svuotare il giorno dopo, ti suonano tempo dopo con una bottiglia di vino per dirti grazie.

Oggi ero sull’autobus che tornavo a casa, immersa in un libro che sto leggendo per farmi venire qualche idea sfolgorante per la tesi. “Il profumo dei limoni”, si intitola. Sottotitolo: “Tecnologia e rapporti umani nell’era di Facebook”.

Ogni tanto alzavo gli occhi e ad un certo punto ho visto salire lei, la mia vicina. Aveva in mano un bel vasetto di fiori, un ragazzo quando l’ha vista si è alzato per farle posto.

Ovviamente è scesa alla mia fermata. Io avevo la musica nelle orecchie e la voglia di frecciare avanti.
Poi uno sguardo, e oltre a quel grazioso vasetto mi sono accorta che aveva in mano delle buste. Faceva fatica a camminare.

“Salve, visto che tanto andiamo nello stesso posto, posso darle una mano a portare qualcosa?”.

“Oh, ma come è gentile. Senta, posso appoggiarmi a lei, sa com’è, la vecchiaia. Sono 70 ma si fanno sentire”.

“Ma certo, non si preoccupi”. E mi prende per braccetto.

Dalla fermata dell’autobus a casa ci sono 3 minuti a piedi, al mio passo. Ce ne abbiamo messi almeno 10. Mi ha raccontato della figlia, del lavoro che potrebbe perdere. Le lamentele verso i marciapiedi “impraticabili”.

“Eh guardi, mio marito non ha tirato giù la tapparella, così il sole mi rovina tutte le tende”.
Una volta avevo sentito una persona dire che in fondo quando si diventa anziani finisce così, che il proprio mondo si restringe a questa serie di cose che viste con i nostri occhi possono sembrare davvero un po’ eccentriche.

Ma è lì che capisci cosa vuol dire “farsi Altro”. Per un attimo prendere a cuore le tende della tua vicina che si rovineranno perché il marito non ha tirato giù la tapparella.
E se puoi farlo per lei, dovresti poterlo fare a maggior ragione con chi hai accanto.

Whatsapp introduce le chiamate VoIP: tutto oro quel che luccica?

Whatsapp-Status1Dunque. Io pago 6 euro al mese a Tre per avere 400minuti, 400 sms e 1GB di Internet e tanto mi basta per le chiamate che faccio, per i sms che mando e per la navigazione.

Mi sorgono un po’ di domande, e provo a riassumerle qui:

1) per qualche motivo dovrei consumare il mio Giga di internet per fare una cosa – chiamare – per cui ho già pagato nel mio pacchetto mensile?

2) Per quale motivo dovrei rinunciare alla qualità di una chiamata “normale” per imbarcarmi in una chiamata dati che, sempre immagino, avrà una qualità decisamente minore? In questo articolo si dice che le chiamate su Whatsapp sono quelle che consumano meno banda – anche se il test forse è poco indicativo.

3) Quale interesse possono avere le compagnie telefoniche ad aumentare la banda dati per favorire la concorrenza delle chiamate VoIP?

4) Che cosa porta, di innovativo, di “migliore”, di valore rispetto a prima? Si introdurranno le chiamate di gruppo? Perché è questo che io cerco da nuove features.

5) Quando io faccio una telefonata normale so che l’interlocutore si trova nella mia stessa situazione “infrastrutturale”. Quando invece chiamerò su Whatsapp può essere che il mio interlocutore non abbia più abbastanza traffico dati – e magari non se ne è reso conto, perché non potremo essere sempre lì a controllare il nostro traffico dati per sapere se possiamo o non possiamo fare e ricevere una telefonata, no? Anche perché, a differenza del traffico telefonico, che varia soltanto in base alle telefonate che effettuiamo e quindi è più semplice avere sotto controllo, il traffico dati è influenzato da tante applicazioni che girano continuamente, anche in background.

Quindi, in definitiva, perché usare le chiamate di Whatsapp? Solo perché fa “figo”? Solo per la comodità di non dover uscire dalla app e fare la fatica di aprire la rubrica? Ecco, forse questo sarebbe il solo motivo “valido” in tutto questo discorso. Ma, come si suol dire, vale la candela, questo gioco? In fondo l’obiettivo è proprio questo: farci entrare in un ecosistema.

E c’è un altro “MA”, grosso e gigante: ricordatevi che si scrive Whatsapp e si legge Facebook: che siate iscritti o no al social network di Mr. Zuck, già ora ogni vostro messaggio è di “proprietà” di Facebook e se siete iscritti, FB usa tutto ciò che voi “whatsappate” per profilarvi e somministrarvi post sponsorizzati e pubblicità.
Volete regalare a Mr. Zuck anche tutte le vostre telefonate e i vostri discorsi?

Sono degli interrogativi, non voglio denigrare queste nuove funzionalità. Ma solo porci degli interrogativi per insegnarci a non prendere acriticamente tutte le cose che ci passano davanti e valutare le conseguenze di quello che scegliamo.

Per cui, detto questo: sicuramente lo proverò, ma ecco, non aspettatevi che vi chiami su Whatsapp e se volete chiamarmi preferisco lo facciate con le chiamate classiche.
E occhio alle truffe 😉

ps: Enrico nei commenti dice una cosa saggia, che avendo amici sparsi per il mondo in qualche modo capisco e forse potrebbe essere uno dei pochi motivi per usare le chiamate di Whatsapp: gli amici lontani e dall’altra parte del mondo. Insomma, il mondo a portata di mano, letteralmente. Anche qui le alternative non mancano di certo, Skype in primis.

Un continuo atto di fiducia

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La vita stessa è un continuo atto di fiducia.

E’ la frase che mi suona in testa continuamente in questi giorni pensando alla tragedia dell’aereo schiantato deliberatamente dal co-pilota sulle Alpi francesi.
Non riesco a togliermi dagli occhi l’orrore di un pensiero del genere. Un uomo, un ragazzo con un solo anno in più di me ha scelto di morire e di trascinare nella sua scelta altre 150 persone che niente avevano a che spartire con lui, se non la fatalità di stare su quel volo.

Un episodio assurdo, assurdo come solo certe cose e certe follie lo possono essere, assurda come la roulette che ha scelto gli studenti che avrebbero potuto godere di un viaggio premio e che sedevano su quell’aereo per raggiungerlo. Mi manca il fiato, se penso a quale filo invisibile e a quale combinazione è appesa ogni giorno la nostra vita.

Un episodio che mi ha toccato nell’intimo perché mi ha rimesso davanti ad un’ineludibile verità: che la vita stessa è un continuo atti di fiducia, quotidiano.
Certo, un aereo che diventa una trappola mortale per 150 persone tutte insieme fa più rumore e muove di più la nostra immaginazione e le nostre angoscie.

Ma se ci pensate bene, ogni momento noi diamo fiducia a qualcuno. La diamo allo chef del ristorante dove mangiamo, al barista che ogni mattina ci porge il caffè, al conducente dell’autobus, agli altri automobilisti, alle persone che incontriamo al supermercato, al medico a cui ci affidiamo per le cure, al parroco da cui riceviamo la comunione.
La diamo ogni giorno incosciamente ad uno sconosciuto che ha costruito il ponte su cui passiamo tutti i giorni, a quello che ha costruito la macchina che ogni giorno ci porta da casa al luogo di lavoro, a chi ha costruito la nostra casa.
La lista, come si può intuire, è davvero lunga e comprende tante cose che diamo, anche giustamente, per scontate.

Ogni relazione, se ci si pensa, è un atto di fiducia che facciamo verso qualcuno.

Forse a volte, dietro le cose che ci sembrano ovvie, ci farà bene pensare all’atto di fiducia che stiamo facendo.
Dietro alle cose che facciamo ci farà bene pensare all’atto di fiducia che l’altro sta facendo in noi, perché si tratta sempre di una relazione di reciprocità.

E ci farà bene prendere coscienza anche di altre due cose.

La prima è che, come dice mio papà tante volte, “siamo tutti uguali”. Tutti uomini, tutti perfettibili, tutti peccatori.
I tedeschi, quelli che noi spesso identifichiamo come persone integerrime, che non sbagliano mai, oneste, si sono improvvisamente scoperti “non perfetti”. Anche loro. Hanno scoperto che anche loro fanno le cose con superficialità.
Quindi, e lo dico prima di tutto a me stessa, smettiamola di ergerci sopra gli altri, di pensarci migliori, di fare i moralisti sentendoci una spanna sopra gli altri. No, non lo siamo.

La seconda, forse ancora più importante.
Ricordiamoci che non viviamo su un’isola deserta.
Ogni azione che compiamo può avere una conseguenza non solo su di noi, ma ci può trascinare più o meno inconsapevolmente dentro anche altri.

“Le nostre infedeltà e debolezze non sono un fatto «privato», ma sulla vita degli altri lasciano sempre un segno – piccolo o grande, passeggero o indelebile”. (da un articolo su Chi Cercate)

Non perdiamo il coraggio di guardarle in faccia le nostre debolezze. Non perdiamo il coraggio di usare tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione per cercare di lavorarci sopra, per cercare di possederle e per cercare di limarle.
Lo dobbiamo a noi stessi, ma lo dobbiamo prima di tutto a chi ci sta accanto, e all’atto di fiducia, magari inconscio, che sta facendo verso di noi.

Siamo ancora capaci di guardare lo sguardo dell’altro?

Palazzo Nuovo per tanti di noi studenti umanisti di Torino è come una casa, quel luogo dove passiamo la maggior parte della nostra giornata.

Quel posto che, a dispetto del “Nuovo” contenuto nel nome e reso un po’ più credibile dal rifacimento della facciata, contiene tante aule fatiscenti, bagni a volte inservibili, uffici che non ci danno risposte, aule poco capienti che ci richiedono alzatacce alla mattina per assicurarci un posto a lezione, studenti seduti in ogni dove, sedie rotte … L’elenco potrebbe essere lungo.

Ma è anche il luogo dove tiriamo fuori il nostro “baracchino” per far pranzo, accaparrandoci un posto nelle panchine dell’altrio quando fa freddo o fuori sui gradoni laterali quando il sole incomincia a scaldare le nostre giornate.

E’ il luogo dove nascono amori, amicizie, dove si impara l’arte dell’arrangiarsi, dell’improvvisarsi; dove si impara e si affina la pazienza, dove si impara a collaborare e solidarizzare perché, “siamo tutti sulla stessa barca”.

E’ qui che ieri una studentessa ha deciso di dire basta. A cosa non lo sappiamo, e forse non ha nemmeno senso saperlo. Non sappiamo il suo nome, e forse anche questo è un dettaglio che non serve, ora.
Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche aveva nella borsa un biglietto datato 8 marzo con cui chiedeva che i suoi organi venissero donati, in caso di morte.

Non è la prima volta che capita che una morte così inspiegabile fa capolino nella mia vita in una dimensione a me vicina.

Sento un senso di sgomento profondo che non riesce a darmi pace.
Penso che magari questa ragazza abbia sfiorato le mie giornate universitarie, abbiamo studiato nello scranno accanto al mio in biblioteca. Chi lo sa.

E’ vero, nessuno di noi sa … perché.

Mi fa molta impressione pensare al luogo che questa ragazza ha scelto per dire basta, l’università. Perché sono convita che il luogo racconta l’esperienza che io faccio.  E allora deve far più rumore se il luogo per mettere fine ai propri sogni è proprio quello dove dovremo coltivarli, insieme al nostro futuro; quel luogo dove ci costruiamo prima di tutto come persone. Ne ho lette di tutti i colori, accuse alla politica, al “sistema”. Sarà, ma penso che ci sia di più.

L’università è quel luogo della fretta, dove si esce da una lezione per correre verso la prossima, dove ognuno cerca un po’ di pararsi, a volte passando sopra l’altro, quel luogo iper-affollato dove però ci si può nascondere la propria solitudine con molta facilità.  Ma è anche il luogo dell’incontro, del caffè, dello scambio dei libri, dello scambio dei consigli sugli esami e dei favori.

Mi fa impazzire l’idea di una cosa covata dentro da tempo, portata avanti per giorni senza che nessuno abbia potuto, saputo accorgersene.
C’è qualcosa che non mi lascia in pace, in fondo a tutto ciò: sono capace di guardare l’altro, sentire i suoi bisogni, le sue necessità, farle mie? Sono capace di stare accanto, di accompagnare, di capire, di comprendere nel profondo chi ho accanto, per saper intercettare quello che non va, e farmene carico?

Sono ancora capace di guardare le persone nel loro sguardo?
Sono capace di dimostrare con la mia vita che questa vita è sì, tremendamente complicata e difficile, ma vale la pena di essere vissuta? E se penso di averci trovato un “segreto”, lo tengo per me o lo condivido?

Dall’altra parte mi chiedo se sono capace di non tenermi tutto dentro, di non pensare sempre di potercela fare da sola, di chiedere aiuto, a costo di dimostrarmi debole, di farmi aiutare quando non ce la faccio.

Quelle che ho fatto sono domande che faccio prima di tutto a me stessa, perché è da qui che voglio ripartire: dalla speranza che sappiamo esserci di più gli uni per gli altri, essere più parte delle nostre vite.

Siamo stati creati in dono, gli uni per gli altri. Facciamo che non sia solo una frase scritta in un libro di spiritualità, ma che sia l’esperienza che possiamo fare, reciprocamente.

Cosa ho imparato dal Solitario

solitarioMi è capitato, ultimamente, di dare una sistematina al computer di un’amica. Tra le varie cose, siccome su Windows 8 i giochi sono a pagamento, le ho installato una suite alternativa e gratuita. E così mi sono ritrovata davanti al Solitario, che non utilizzavo più da qualche anno.

Essendo un periodo un po’ di stress vari, ho pensato che era l’occasione per ridargli una spolveratina.
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Il biglietto dell’autobus

Biglietto a NapoliUna storia che non cambierà l’Italia, ma è bella da raccontare.

E’ presa – con il permesso dell’autrice – dalla bacheca facebook di una mia amica napoletana.

Napoli , Ore 15:00 circa , esco di casa , armata di valigia e del mio sgencissimo zainetto rosa per andare a prendere il bus.

Vado a comprare quindi un biglietto del bus, o almeno la volonta’ c’e’: a quell’ ora tutte le tabaccherie chiuse, i bar non vendono biglietti…e io non so come fare…passa il bus e io mi dico : “vabbe’ lo chiedo all’ autista e lo compro a bordo”.

Salgo sul bus e l ‘ autista mi dice che ha finito i biglietti. Io gli spiego che ho cercato una tabaccheria e che voglio comprarlo e lui si mostra disponibile e mi dice che e’ disposto a farmi scendere dal bus e aspettarmi per farmi comprare un biglietto ad una biglietteria elettronica. Scendo dal bus ( tutti mi guardano ovviamente XD), e la macchinetta elettronica si ruba i soldi senza darmi il biglietto (no comment).

Risalgo sul bus (in tutto cio’ avevo lasciato li valigia e zaino incustoditi) e spiego all’autista l’inconveniente e lui si mette a ridere e mi assicura che garantisce per me nel caso dovesse presentarsi un controllore.

Io non me la sento e decido di scendere quando una signora , ovviamente sconosciuta, con un sorriso bellissimo, si avvicina a me , e mi cede il suo biglietto dato che lei deve scendere dal bus.
Cosa dire? Sembrerà una cavolata, ma questa piccola, divertente avventura mi ha illuminato la giornata.