Una preghiera a Chiara Luce

Chiara LuceIl tuo sorriso, cara Chiara, parla per te. Allora come oggi, dopo tanti anni.

Ti chiedo questo, se puoi: insegnami quella tua normalità che ti faceva essere il cuore sempre in Cielo e con i piedi ben radicati su questa terra.

Quella semplicità che sapeva ascoltare, confidare, mettersi in gioco. Non accontentarsi. Che faceva sentire ciascuno speciale, perché speciale lo era già per Qualcuno.

Ti immagino come in un’onda: quell’onda che una volta approdata alla riva, ritorna indietro incontrando e intrecciandosi alle onde che la rincorrevano.

Ecco, tu l’onda già arrivata. Noi le onde che rincorrono.

Sorreggici quelle volte che ci perdiamo, ci intestardiamo quando i giri sembrano non seguire il percorso tracciato da noi. Che ci sfiduciamo di fronte alle difficoltà, alle sfide che la vita ci mette davanti. Che non sappiamo fare spazio a chi ci sta davanti come fosse la cosa più importante che abbiamo da fare. Che non sempre ricordiamo che abbiamogià, tutto.

“Corri corri dimmi che non c’è, nulla da temere”.

Lo cantiamo tante volte, ma poi a volte non è facile crederlo.
Fa che questa sia la nostra normalità. Fa che un po’ possiamo essere come te.

Citazione

#prayforpeace

raggio1

Il terrorismo è diventato terribilmente vicino, ci spaventa, ci ripugna, ma ci interpella: potremmo reagire solo con la rabbia cieca. Decidiamo invece di aiutarci a guardarci intorno con uno sguardo forse ancora debole ma aperto al perdono e proviamo a trasformare sgomento e rabbia in atti di pace. Sono quegli atti di pace che ci hanno circondato e che continuiamo a vedere dilagare a macchia d’olio attorno a noi. Se ci ripenso, mi si apre dentro una voragine. Come poter trasmettere la positività che ho visto e vissuto, quando sugli schermi del mondo parlano i numeri, le logiche di mercato, le politiche cieche ed egoiste e non le persone che ho incontrato?”

(Daniela Bignone – Oltre il velo nel cuore del Pakistan)

(photo credit)

Scusa

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Ieri sono passata a ricaricare la tessera del ToBike.
Nel piccolo ufficio, incastonato nelle viuzze del centro, c’era un po’ di coda.
Chi si abbonava per la prima volta, un nonno che rinnovava, come regalo, l’abbonamento del nipote…

Mi sono messa pazientemente in coda aspettando il mio turno.
Entrata nell’ufficio aspettavo in piedi quando è arrivato un ragazzo e in modo un po’ sgarbato mi ha chiesto se mi vedevo.
‘No, siediti pure tu’. Lui stava lì e si vedeva che era un po’ agitato.
Nel cuore mi è venuto il pensiero di lasciargli il mio posto anche nella fila ma poi…ma poi è arrivato il mio turno e, scacciato il pensiero mi sono seduta alla scrivania dove in fondo dovevo dare soltanto i miei 20 euro, prendere la ricevuta e andarmene.
La ragazza che stava davanti a me ha ripreso il ragazzo, reo di non dare un buon esempio lasciando la ToBike con cui era arrivata ‘parcheggiata’ lì davanti.
La risposta del ragazzo è stata stizzita.
Io nel frattempo assistevano alla scena con un senso di inadeguatezza in cuore: ‘perché ho visto che aveva fretta e non l’ho fatto passare? Perché sono stata così egoista?‘.
Il tempo di finire la domanda che, finita la mia pratica, mi ero già alzata, il più veloce possibile.

A volte perdonarsi è più difficile che perdonare. Uscita dall’ufficio sono rimasta lì sola con il mio pensiero e il desiderio di poter rimediare a quella mancanza.
Già, ma come?
Ho infocarto la bici e mi sono messa a pedalare verso il capolinea del bus, per lasciare la bici allo stallo, uno dei punti di bici più ambito della città, e tornare a casa.

Arrivo, faccio per incastrare la bici che mi si avvicina un ragazzo, che avevo intravisto armeggiare con l’unica bici disponibile. ‘È il cielo che ti manda, l’altra bici non funziona!’.
Un sorriso. Rispondo al sorriso. Lui prende la bici, gli auguro buona serata. Parte e va. E io un po’ più sollevata, con un pensiero: forse anche quel giro in bici non è stato “a vuoto”.

Mentre aspettavo il bus ripensavo a quel ragazzo all’ufficio. Non so come ti chiami, non so perché eri agitato. Ma vorrei chiederti…scusa per non averti fatto passare davanti a me, per essermi fermata ad un pensiero e non averlo tradotto in azione.

A me che serva di lezione la prossima volta: se senti una cosa in cuore, Dani, rischia e falla.

(Foto di Davide F.)

Il regalo di Fal

Venditore in spiaggiaFal è un ragazzone di 27 anni del Senegal, dove vive la sua famiglia e dove torna una volta finita la stagione qui in Italia.

Tutti i giorni sulla spiaggia vende borse e borsellini ai bagnanti. E ogni notte dorme lì, in una piccola tenda arancione.

In mezzo al brulicare di bancarelle lo riconosci dal suo cappello giamaicano che usa per ripararsi dal sole.

Il mio papà in questi giorni ha fatto amicizia con lui e l’altra sera, quando abbiamo mangiato in spiaggia, è andato a dargli il suo panino.

È incredibile come a volte bastino poche parole, lo sforzo di capirsi nonostante si parlino lingue diverse, per creare un rapporto. Così finito l’ultimissimo bagno e l’ultimissimo sole, prima di partire siamo andati a salutarlo.
Papà non c’era, era a preparare le ultime cose e così gli abbiamo portato i suoi saluti.
Fel ci ha fermato, ha preso un sacchetto. Ha preso uno dei bei borsellini che vendeva, l’ha imbustato e ci ha detto: ‘Datelo al papà e ditegli: questo è il regalo di Fal’.

Sono rimasta di sasso, perché papà proprio in questi giorni aveva cercato nel mercatino sulla spiaggia un borsellino per sostituire il suo. Non so se lui lo sapesse, ma ho provato a dirgli che non era proprio il caso. Ma mi ha fatto capire che non potevo rifiutare il suo regalo.

Così l’ho ringraziato, ci siamo dati un cinque e noi abbiamo preso la strada del ritorno.

Su quei lunghi metri di spiaggia che separavano dal parcheggio dove ci aspettavano i genitori, non ho potuto far a meno di commuovermi, pensando al dono che portavo tra le mani, alla gratuità di quel gesto. Quel borsellino è il ‘pane’ di Fal e della sua famiglia. E lui, come ‘ringraziamento’ al papà che si era fermato a chiacchierare cn lui, glielo stava regalando.

Ho consegnato il sacchetto al papà, che ha provato a riportarlo a Fal.

Non so come sia andata, so solo che quel borsellino è stato in viaggio con noi verso casa.

A me importa raccontare del vero “regalo” di Fal, il suo grande cuore. Da cui tutti, io compresa e per prima, abbiamo molto da imparare.

I gesti e parole di Papa Francesco: cambiano qualcosa in me?

Papa FrancescoSono passati pochi mesi da quando auguravo a Papa Bergoglio, appena eletto, di ‘saper rovesciare la piramide‘.

Di gesti e di parole ne abbiamo a decine sotto gli occhi, ognuno potrebbe stilare la sua personale classifica. Gesti e parole che vengono amplificati, sviscerati, sminuzzati, letti da sotto o da sopra, incasellati, usati spesso per tirare la giacchetta di Francesco in un senso o nell’altro, per fargli dire quello che vogliamo, spesso distorcendo e snaturando il gesto o la parola di quello che in realtà è.

Devo dire che da un po’ di tempo seguo tutto questo bailame mediatico con un po’ di preoccupazione. Per una “papolatria” dilagante che, son sicura, secca pure il diretto interessato, i cui gesti ‘normali’, ‘semplici’, e ‘poveri’ non sono fatti seguendo schemi o piani di comunicazione particolari, ma sono la concretizzazione di un pensiero e di un sentire su cui Francesco prova ad agire.

Mi son detta che devo stare attenta. Perché abbiamo davanti a noi il rischio concreto di banalizzare ciò che Francesco, provando a vivere, ci propone. Corriamo il rischio di essere seduti in una platea di teatro ad applaudire una rappresentazione. E allora diventa lecito il “mi piace”, “no, preferisco quell’altro attore”, “bravo, bis”, “mai nessuno come lui” … Ma tutto poi si ferma lì. Chiudiamo Facebook e tutto nella nostra vita scorre come sempre, nell’indifferenza per l’altro, rispondendo male a chi ci ha chiesto un favore, sparlando del nostro vicino … è servito a qualcosa applaudire? Ha cambiato davvero qualcosa in me o ho seguito l’onda emotiva naufragata a riva appena passata?

Intendiamoci: anche a me Francesco piace molto. Ma sento più pressante che mai che questo essere toccata dai suoi gesti deve interrogarmi, deve scuotermi, si deve tramutare in una conversione concreta nella mia quotidianità. Ogni sua bella parola devo provare a tradurla in miei gesti.
Altrimenti tutto il mio lodare, esaltarlo, finisce per essere fine a sé stesso, un bel modo per mettermi la coscienza a posto per qualche minuto.

In fondo Papa Francesco piace anche per questo: una cosa dice, una cosa fa. Prova – semplicemente e con i limiti che ogni persona si porta dietro – a vivere il Vangelo, secondo la sua sensibilità e il suo modo di essere. E chiede a noi di fare lo stesso. Parlare con la vita più che con le parole. Ci chiede di alzarci da quella poltrona e darci da fare, agire. Richiede di cambiare il cuore, concretamente con i fatti.

Seguire e apprezzare Francesco (e attraverso di lui il Vangelo) solo a parole ci porterebbe a “tradire” lui e il messaggio di fondo. Per questo richiede una scelta di azione.

Certo, nessuno dice che sia semplice e che non comporti un’immane fatica. Io penso di non esserci ancora mai arrivata e chissà se mai ci arriverò. Ma ci si può, ci si deve provare.

E come sempre lo dico a me stessa per prima: cara Dani, guarda e stupisciti pure, ma applaudi di meno e tirati su le maniche.

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Ritornare bambini

Letto su Facebook. Una grande lezione di vita.

Oggi con i bimbi siamo andati a comprare un regalo per il compleanno di un amichetto.
Manu ha voluto girare tra tutte le corsie, pur sapendo che non avremmo comprato nulla per loro.
Alla fine mi ha abbracciata forte, e concitato, rosso in viso e con gli occhioni pieni di lacrime mi ha detto: “Io ci sto provando, ma è difficile: ci sono troppi Lego bellissimi. Io non ce la faccio”.
Ho capito cosa significa essere di fronte ad una tentazione e cercare di essere più forti di lei, pur sentendosi sopraffare dalla propria debolezza.

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